La casa in montagna

 



Avevo una casa in montagna... Sembra l'incipit de "La mia Africa" di Karen Blixen. Dico sembra, poiché là cominciava così: "In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong".  Ci penso ogni anno all'approssimarsi del Natale.

Erano soprattutto i mesi invernali quelli in cui ci si andava, per una tregua indispensabile ai ritmi frenetici del lavoro in città. Non c'era alcun telefono lì, anzi, avevamo il primo prototipo di telefonino. 

Era una casetta a tre piani con spazi davanti e sul retro. Salendo verso l'ingresso, dalla strada principale, c'era un piccolo giardino con al centro il pino di Natale e le siepi intorno. Dalle camere, al secondo piano, il panorama era da cartolina: di fronte e tutto intorno le montagne che circondavano la zona, le cui cime, se imbiancate, davano uno spettacolo ancora più suggestivo. 

Di questi tempi era tutto innevato e  non si riusciva a guardare lontano: la distesa bianca non trovava confini. Quelle erano le giornate da passare con gli amici, al caldo, con un fuoco scoppiettante nel camino, o sul divano col plaid e un libro. Mettendo il naso fuori dalla porta, si avvertiva lo sbalzo di temperatura quando l'aria calda del respiro usciva come una nuvola che si allungava per poi disperdersi. Unica fonte di calore nella monotonia del bianco e freddo intorno. Il pino nell'aiuola centrale, davanti casa, dava sprazzi di un pallido verde e attendeva di essere allestito per il Natale. Misuravamo la sua bellezza dall'estensione e dagli  aghi per ramo. Quello del nostro vicino era, come lo definiva la nostra amica:"Un signor pino", per bellezza, altezza e colore intenso. Ma anche spogli da addobbi facevano il loro effetto. 

Quando finivo di leggere e il fuoco ravvivava in modo esagerato le mie gote, salivo in camera a dipingere. Il silenzio in cui ero ovattata mi  dava la giusta concentrazione per accogliere l'ispirazione. Ogni tanto aprivo la finestra per sentire l'aria ghiacciata sul viso, a prova che fuori il freddo stecchiva, e quella sferzata di brividi mi portava a chiudere subito, tornando al caldo e alla tela. A volte osservavo la vallata, i minimi particolari delle colline davanti, le aiuole giù, i bambini giocare senza sosta e pieni di energia, chi si attardava a entrare per chiacchierare con qualche amico fuori. Qualche volta si scendeva in paese prima di pranzo a prendere il pane e al ritorno, risalendo la collina, vedevo tutti i comignoli delle case sbuffare. Quelle nuvole irregolari che salivano verso il cielo, come scale sbilenche modello Mary Poppins, spennellavano un po' di ombre in quell'aria priva di contrasto. 

Per pranzo, inutile dirlo, avevo da sfamare i miei lupacchiotti, e non bastava mai niente: mangiavano a gettito continuo e con tutte le provviste, temevo di finire le scorte. Di solito eravamo sempre in compagnia, tra amici nostri e dei bambini. 

Pasti sempre caldi con la pasta in prima linea, dolci, frutta. E dal camino si prelevava qualche castagna scoppiettante. Dopo pranzo si riusciva  a far fronte al freddo con qualche passeggiata o a spaccare la legna, sistemare una siepe, qualche chiacchiera con i vicini. Ma dopo poco ci si rifugiava davanti al camino.  

 Di solito si partiva il venerdì con arrivo di sera, per restare lì fino alla domenica. Il momento di entrare in casa era sempre uno choc: il freddo ci impediva di muoverci, qualche ragnatela scendeva dal soffitto e andava tolta, urgeva spolverare, sistemare la biancheria, avviare il camino.

 Il primo giorno di soggiorno si andava in giro per il paese, o in cima alla montagna, o a cercare i negozi di ferro battuto e pentole di rame, a mangiare il dolce della pasticceria del paese che faceva una crostata di mele squisita, o in giro con amici. Arrivavamo fino al fiume, sempre imbacuccati, o andavamo nei paesi vicini. Non c'era differenza tra noi adulti e i bambini. Ci si divertiva allo stesso modo. Ma subito dopo, a casa, mi raccoglievo in camera per progettare disegni e fissare idee sulla tela.  Il silenzio, nel pomeriggio, conciliava anche una buona lettura. Raramente dormivo: per me era tempo perso, dovevo darmi da fare. Ho ultimato lì diversi lavori. Quando i miei non mi vedevano in giro, capivano e si dimenticavano di me.  Le uniche tensioni erano le preoccupazioni dei figli, quando qualche volta si allontanavano con gli amici. Allora stavo con le orecchie tese. 

Quando di domenica si tornava a casa, rientravo a malincuore. 

Crescendo i ragazzi preferivano restare a casa il sabato e la domenica e cominciammo ad andarci sempre più di rado. Passavano anche tre mesi prima di ritornarci.

Cambiano tempi e le esigenze ma restano i ricordi. 

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