Alla stazione











 Stazione di Santa Maria Novella, ore 10.30.

Arrivo in anticipo: il treno parte alle ore 11.59. Vado subito ad accertarmi del treno sul display nella sala d’attesa. Temo possa esserci un ritardo per la scossa a Napoli. Infatti, passa la scritta che si sta monitorando la linea prima di riprendere. Dopo non posso assolutamente privarmi di “infornarmi” alla Feltrinelli col mio trolley leggero e la borsa a tracolla. Prima fermata allo scaffale Adelphi con i libri di Hang Kang. Mi soffermo su “L’ora di greco”, interessante. Leggo qua e là le alette di diversi libri. Poi mi inoltro nel reparto di storia. Molti quelli che mi interessano. Mezzo scaffale è preso dalla Russia, testi che sono mattoni. Se anche volessi, non posso gestire i loro pesi. Cerco un libro in particolare, ma non lo trovo. Vedo che è il reparto più affollato. I venti di guerra conducono a un’informazione più capillare. Due testi che cercavo da tanto sono davanti a me e sono tentata di prenderli, ma desisto. Intanto passo allo scaffale di filosofia: cerco Chomsky e scelgo “Le dieci leggi del potere”, e poi “La tentazione di esistere” di E.M. Cioran. Continuo a leggere ma il timore su possibili variazioni di orario del treno mi fa avviare verso l’uscita. Tornando indietro rieccomi di nuovo davanti allo scaffale Adelphi, per “L’ora di greco”. Una commessa, con fare sbrigativo, mi chiede se ho bisogno di qualcosa, le rispondo di no, allora mi indica la cassa. Ma come si permette se ancora non ho finito? Torno indietro a prendere un altro libro e sono già a sei. Chiudo gli occhi per non vedere più niente e mi dirigo alla cassa. Quando giungo nella sala d’attesa, sul display del mio treno non c'è alcuna indicazione. Devo trovare un posto per mettermi a leggere. Sarà difficile, ma giro fino a quando ne trovo uno proprio in posizione ottimale: di fronte al tabellone. Non avevo però fatto i conti con la voce dell’altoparlante che va a gettito continuo. Mi faccio forza e comincio a leggere. Ogni dieci righe alzo lo sguardo e controllo: del treno niente. Comincio a preoccuparmi, ma proprio in quel momento scorre la scritta della linea ripresa per Napoli Centrale, dopo i dovuti controlli. A quel punto comincio a fissare il tabellone degli arrivi. Manca ancora un’ora. Leggo e alzo lo sguardo: due napoletani si siedono accanto a me. Parlano sottovoce poi lentamente aumentano il volume, fino a confondersi con la voce dell’altoparlante. Cerco di riprendere la lettura ma ecco che poliziotti e finanzieri si avvicinano a un folto gruppo spagnolo seduto alle mie spalle. Chiedono loro documenti. Partono sorrisi a più non posso e non capisco proprio cosa abbiano da ridere. Alla fine il gruppo si alza e scompare ma subito dopo ritorna a occupare i posti di prima. La voce che annuncia gli arrivi e le partenze è veramente un martello pneumatico. Mi guardo intorno e vedo tipi strani. Sono catturata da una donna che assomiglia a Judi Dench: capelli corti bianchi, volto tondo, occhi grandi e cerulei. Anche l’abbigliamento non è da meno: smanicato color ghiaccio lungo, scarpe basse con calze di lana, borsa enorme sottobraccio. La cosa più affascinante è il suo levriero con cappottino intonato al suo. Mai visto un levriero grande avvolto in una coperta. Lei lo tiene al guinzaglio in modo morbido mentre il cane la asseconda. Si fermano davanti a me. Il cane sembra uscito da un college inglese: si muove con leggerezza, avanza come una gazzella, non strattona, non tira, si attiene al passo della padrona quasi fossero sincronizzati. Quando lei si ferma, il cane resta con lo sguardo fisso avanti quasi gli fosse proibito di girarsi sui fianchi. Cammina dolcemente, anche lei non corre. Li osservo fino a perdersi nei corridoi dei binari.
Ed ecco che arrivano i due di prima, questa volta invertono il posto a sedersi, cominciano a parlare in dialetto e lentamente si lasciano andare. Partono con lo spread, gli interessi, le assicurazioni e finiscono col kebab. Mentre cerco di concentrarmi sulla pagina, passa il camioncino per raccogliere la spazzatura, come un serpentone attraversa la sala. Al ritorno è stracolmo. Dove avrà caricato tutti quei rifiuti! Finalmente arriva il mio treno sul display degli arrivi ed è sul binario 17. Il numero mi mette inquietudine e meno male che non è venerdì. Attendo ancora qualche minuto per assicurarmi e poi mi avvio al treno. Mi siedo nel posto prescelto. Subito dopo arrivano cinque napoletani. Immagino che tre siano accompagnatori di due di loro, ma quando alla partenza non scendono, invio un messaggio a mia figlia: “Dopo aver speso due euro per scegliermi il posto, non posso nemmeno leggere. In cinque mi impediscono di farlo: uno ascolta musica alla radio, e che musica; un altro, per contrastarlo forse, ascolta Vivaldi e sarebbe cosa buona se non si sentisse di sottofondo l’altra; un altro sta raccontando le sue prodezze da "Don Giovanni" e gli altri due lo spingono, con domande, a raccontare le conquiste." Mia figlia mi risponde con un sorriso. Cerco di leggere ma niente. Con sei libri davanti chissà se potrò aprirne uno. Mi alzo e mi giro dietro per guardarli, magari si rendono conto. Dopo poco passa il controllore e li invita a occupare i posti prescelti, per cui devono ritornare all’inizio della cabina e mi salvo. Inizio a leggere I.B.Singer, mentre mi lascio alle spalle Firenze Santa Maria Novella. Ricordo di aver comprato anche “Cosa può un saluto” con una bellissima copertina che rappresenta la Madonna di Antonello da Messina e non me lo ritrovo. Devo averlo appoggiato accanto a me per sistemare gli altri e credo di averlo lasciato lì. A Firenze il libro sospeso.

Napoli, ore 7.30

 



Napoli ore 7,30. Appuntamento tra un’ora. Mi fermo a bordo strada mentre una pioggia insistente non mi lascia vedere a un metro. Ho bisogno di conoscere il punto preciso in cui devo andare e metto su maps. Percepisco che mi trovo nei paraggi della mia destinazione ma essendo in largo anticipo, aspetto prima di portare l’auto al parcheggio. Abbasso il finestrino e guardo la fila nel bar per la colazione con cornetti e caffè, il cui profumo intenso mi toglie la tristezza della pioggia. La canzone di Pino Daniele alla radio non è “Quanno chiove” ma la sua voce inconfondibile e le note giuste la rendono perfetta anche sotto la pioggia. Sul marciapiede alcuni turisti sono già pronti con zaini, cartine e ombrelli alla mano. Osservo i palazzi, imponenti, i marciapiedi ampi con ricche fiorire: tutto in ordine, pulito, nessuno suona, nessuno fa slalom in auto o in motorino. Due postini in scooter distribuiscono la posta parcheggiando ordinatamente prima di avviarsi al palazzo di riferimento. Un taxi scivola tra le due file di auto tra cui anch’io e lascia scendere un uomo, poi scende a prendergli il bagaglio, senza che nessuno dietro protesti per essersi fermato. La pioggia si è fermata e tutto è più chiaro. Intanto mi avvio al garage. Prima di parcheggiare chiedo a un garzone, che attraversa la strada, del vico dove devo andare. Mi risponde: “Signurì, proprio cca’, subito a destra”. Ringrazio, anche per il suo “signurì”, e parcheggio. Camminando mi fa senso il silenzio intorno. Mi ricordo le corse di quando andavo a lezione di piano nei pressi del Conservatorio, l’apprensione ogni settimana per lo studio fatto e l’ansia di fare tardi. Poi mi ritornano le serate a teatro con gli amici, la sfogliatella prima di entrare, il babà all’uscita, anche se poi si andava a cena, i discorsi strada facendo. Intanto il profumo di caffè mi accompagna fino a destinazione. A Napoli è nell’aria, prima ancora che nei bar.

Quando giungo all’ufficio, mi tocca fare una bella fila. Tutti aspettano il loro turno, nessuno intralcia il lavoro degli impiegati e pure questo mi sembra strano. Bella la città a quest’ora. Dopo un’ora sono fuori e vado a riprendere l’auto. Il parcheggiatore, un ragazzo che non avrebbe niente da invidiare a un militare, mi dice:” Sono 5 euro! Un altro minuto e avrebbe pagato 10! Abbiamo un margine di 7 minuti. Quindi è passata un’ora e 6 minuti”.
Gli rispondo che allora sono fortunata, per un minuto ho risparmiato 5 euro. E di rimando mi dice: ”Bisogna rispettare le regole!”
Accidenti, penso, stamattina mi trovo in una Napoli immaginaria o reale? Ma sono stupidamente contenta di non aver trovato nulla da ridire fino a questo momento, salvo l’impiegato che, dopo aver ritirato i documenti, diceva che ne mancava uno e io a insistere che era il primo ad aver consegnato. Si è addirittura arrabbiato e voleva che andassi a rifare la fotocopia. Dopo, quando l’ha ritrovato, si è fatto una risata.
Il traffico al ritorno scorrevole e ordinato, tranne due furgoni che occupano la corsia di destra. L’ingorgo è nei pressi di piazza Garibaldi, alla rotonda verso l’autostrada. Lì i furbi che, invece di incanalarsi, sorpassano e i pullman, a decine, rallentano il flusso. Qualcuno insistentemente suona facendomi ricredere di tutto ciò che avevo fino allora pensato. Mi ricordo che volevo prendere il caffè ma aspetto di arrivare a casa. Sull’autostrada code tranquille. Alla mia destra il mare. Quante volte ho visto questo panorama ma sembra sia la prima volta. E’ proprio vero che vediamo le cose con lo stato d’animo in cui siamo e non solo con gli occhi. Stamattina, nonostante la pioggia, Napoli mi è parsa bellissima.


Oh Valentino!




Sarebbe bello festeggiare San Valentino in forma più reale e meno di facciata. Ricordo in passato, quando mi trovavo in gioielleria per un regalo e coincideva col giorno di San Valentino, sul banco passavano oggetti d’oro vistosi e costosi che non avrei messo mai, ma la gente acquistava perché a San Valentino “bisogna” regalare l’oro alla fidanzata. Arrivavano le mamme, le suocere, i fidanzati, i padri e tutta la discendenza a comprare “il pezzo d’oro”. Regali che dovevano tornare ai legittimi proprietari nel caso si fosse sciolto il connubio tra i due. Ancora oggi ci sono scene del genere. 

Mia nonna diceva che per le mogli Valentino passa in silenzio, poiché sono le acclarate figure di casa, che non hanno bisogno di essere “incensate”, detengono un posto fisso che nessuno può portare via loro. 

L’economia si arroga il diritto di dispensare in nome dell’amore mentre l’amore muore di freddo. Abbiamo una festa per ogni cosa e poi abbiamo anche il massacro, con i fatti, di ogni festa. Oggi siamo un po’ dei commercianti dell’amore: siamo buoni se ci viene dato qualcosa, se riscontriamo benefici. Il vero amore non ama stare in vetrina come un collier, né farsi notare, è muto e silenzioso ma operoso, attento, ansioso, desideroso, felice di quello che è, timoroso, servizievole, mai scontroso, mai volgare, né malizioso. Il vero amore riempie come nessun oggetto potrebbe mai fare, o nessuna ricchezza potrebbe colmare. Ama solo manifestarsi, essere presente, partecipare, condividere, aiutare, senza chiedere o battere i piedi o comportarsi come i bambini capricciosi, continuamente a lamentarsi o ad aspettarsi qualcosa. Molti "Valentini" sono immaturi, prepotenti, anaffettivi, egoisti, invidiosi dell’altro, offensivi, manipolatori, tanto da poter prendere il diploma d’ignoranza e invece, per sopperire a questa deficienza, si nascondono dietro a un regalo, come unico segno sterile di affetto.

Il vero Valentino è fatto di segni affettuosi, di piccoli gesti ogni giorno, di rispetto in ogni situazione, di stima profonda, di gioia se l’altro splende di luce propria.

Basta a volte un sorriso, un'intesa profonda, un capirsi al volo, trascorrere del tempo insieme, dedicarsi all'altro, ascoltare non solo le parole ma l'indicibile.

Se invece di massicce catene d’oro ci bardassimo di presenze e interesse per l’altro, di dedizione e attenzione costante per la vita che ci scorre accanto, luccicheremmo molto di più. L’amore vero splende più dell’oro. In questo caso le gioiellerie fallirebbero ma le coppie sarebbero più felici.

 

Storia di una vendetta e non solo

 



                                                Castello d'If di Sergey Shikin

Il conte di Montecristo, chi non lo ha letto almeno una volta? Romanzo d’appendice della letteratura francese, feuilleton, nato a puntate sui giornali e pubblicato nel 1844.

È ambientato durante il periodo della Restaurazione e della monarchia di Luigi Filippo. Il protagonista Edmond Dantes è accusato di tradimento, nel giorno del suo fidanzamento con Mercedes Herrera Mondego, e portato nel castello d’If dove sconterà la sua pena. Quanto basta per incuriosire e scuotere anche il lettore più pigro e recalcitrante alla lettura. Sin dalle prime pagine si respira aria di avventura, di ingiustizia ai danni di Edmond, di intrighi, cattiverie  e  ci si chiede come si possa sopravvivere a tutto il male ricevuto. Tutto parte dall’amico Fernando che lo invidia quando assume il comando del veliero Faraon, oltre a non perdonargli l’amore per Mercedes.  Su queste basi si fonda un romanzo tra i più amati della letteratura mondiale. Eppure ha un intreccio logico, prevedibile e, nonostante si presumano gli sviluppi, attira per il modo con cui si mette in atto la vendetta. Essa giunge lentamente, meditata, costruita con precisione e pazienza, tenendo il lettore col fiato sospeso. Complice lo stile, definito da Umberto Eco “ridondante” e, quello che sulle prime può ritenersi un difetto, rappresenta un elemento quasi necessario per sviluppare una storia di 893 pagine. Se fosse stata scritta in modo diverso, priva di quell’abbondanza di riferimenti e spiegazioni, non avrebbe riscontrato lo stesso successo. Nella prima parte le motivazioni della vendetta, nella seconda il suo sviluppo. I luoghi del romanzo sono Marsiglia, il castello d’If, l’isola di Montecristo, Parigi.

Edmond è un marinaio originariamente povero, per niente colto o raffinato ma il destino, come per incanto, lo fornisce di una ricchezza, di un titolo e di un fascino incontrastato. Grazie all’abate Faria, incontrato in prigione, Edmond è informato di un tesoro nascosto sull’isola di Montecristo che risale ai Borgia. Escogitato un piano di fuga dalla fortezza in cui è rinchiuso, con la morte di Faria, Dantes, inaspettatamente, si ritrova a dare vita ai suoi propositi.

Il tesoro gli fornisce i mezzi per mettere in atto la vendetta. Parte alla volta di Caderousse, che non aveva denunciato Danglar e Fernando Mondego quando avevano scritto la lettera per accusarlo. Ma poi lo grazia per aver poi accudito suo padre fino alla fine mentre era in prigione. A questi si aggiunge il magistrato Villefort, responsabile di averlo mandato in prigione, e imponendo agli altri due una fine ingloriosa. Con la vendetta zittisce solo quella forza distruttrice che non lo faceva vivere e chiedeva giustizia. Man mano che si avventa sui nemici, portando loro pene e sofferenze, anch’egli perde forza. Aveva ragione l’abate Faria quando gli aveva suggerito di scavarsi la fossa prima di pensare alla vendetta. Magra consolazione se poi la vita non gli ridà ciò che ha perso: gli anni, Mercedes,  la voglia di vivere. È ormai un uomo spento, svuotato dal tempo e dal dolore, dalla cattiveria e non vede altro da fare che chiudersi in se stesso. Una vendetta durata dieci anni. Nelle ultime pagine del romanzo leggiamo: “Giunto al sommo della sua vendetta per il lento e tortuoso declivio che aveva seguito, vide l’abisso del dubbio. […] Il conte diceva a se stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, doveva aver sbagliato i suoi calcoli.” E ancora: “Lo scopo che mi ero proposto sarebbe stato insensato? Avrei percorso una falsa strada per dieci anni?”

La storia, arrivata a questo punto, gli appare diversa, non più carica di quell’odio e rabbia avuti in un primo tempo, ma quasi che la ferita non procuri più dolore, proprio come accade in sogno: “Ciò che manca ai miei ragionamenti di oggi è l’apprezzamento del passato. Infatti, il passato, simile a un paesaggio attraverso il quale si passa, si cancella dalla memoria mentre si allontana. Mi accade come a coloro che si sono feriti in sogno: guardano e sentono la loro ferita e non si ricordano di averla ricevuta.”

Eppure Dumas modella il suo giustiziere sul protagonista de i Misteri di Parigi, Rodolphe de Gerolstein, di Eugene Sue. Edmond Dantes si porta dietro del protagonista dei Misteri: gli obiettivi, la forza e la convinzione che la giustizia fatta da sé sia la migliore. Ma diversamente dal primo, Dantes affronta mille peripezie per mettere in atto il suo piano, avvicinandosi a racconti orientali come Le mille e una notte. E forse proprio quest’ultimo aspetto lo arricchisce di novità, di movimento rendendo questo romanzo una storia attuale, intrigante e sempre nuova.

La vendetta su cui il protagonista giurava all’inizio perde forza, poiché i fatti col tempo assumono altre sfumature che non vengono agli occhi quando accadono. Una visione distesa attenua i fatti, poiché la vendetta fa diventare simili al nemico. E con una nuova visione degli eventi, prende piede la speranza che tutti possono cambiare e di conseguenza il perdono.

 

 


Nel bel mezzo della fila


 

Ore 8.40, Posta centrale, primo del mese e ci sono i pensionati a riscuotere. Resto senza parole a guardare il serpentone della fila. Avrei potuto prendere appuntamento tramite app ma ormai è fatta. Mi butto nella mischia.

Due cani di piccola taglia sono legati alla ringhiera e intralciano il passaggio. Intanto comincio a temere che ci vorrà del tempo e mi rassegno a procedere. Dopo un quarto d’ora, non ci spostiamo di un passo. Dietro di me si forma un altro serpentone, tanto che un automobilista scatta una foto dall’auto. A metà percorso cominciano a insorgere quelli che mi precedono per qualche infiltrato che cerca di farsi varco e superare. Non lo lasciano passare. Davanti a me due anziani raccontano di dover correre a pagare il fitto di casa subito dopo aver prelevato la pensione. Hanno un’aria afflitta, non ce la fanno, e non sopportano quelli che passano senza rispettare la fila. La tentazione di prendere l’appuntamento tramite app, poiché non ne uscirò in un’ora, è forte, ma resisto: non mi va di passare avanti dopo essere stata in fila con gli altri. Dietro di me due donne insorgono con discorsi che partono dalla fila per finire con i giovani. La prima  afferma che se non si fa una rivoluzione, non cambia niente. L’altra ribatte che il male è che ognuno pensa per sé e nessuno ha la volontà di far funzionare le cose. Quella di prima continua dicendo che oggi è un caos, e che i giovani sono maleducati e senza istruzione. ”Una volta”, continua l’altra, “i figli rispettavano i genitori mentre oggi accade il contrario: i genitori fanno ciò che dicono i figli”. Allora l’altra, che la seguiva attentamente, si rende conto che la fila non migliora e fa una partaccia all’intrusa che, quatta quatta, passa oltre. Le urla di tornare indietro ma la tipa, senza scomporsi, resta dove è arrivata. Il vecchietto davanti a me con un fil di voce dice: “Fanno sempre così, scostumati!”

Mentre parliamo, arrivano due signori che alzano le braccia con il telefonino in mano come se stessero contrattando in Borsa e sgomitano per arrivare all’ingresso. Due anziani li fanno retrocedere dicendo loro che comunque entrano quando smaltiscono la fila all’interno. Non contento, quello più alto con la prenotazione avanza senza ritegno, addirittura superando tutti gli altri. Io e la mia vicina di fila affermiamo che ci vorrebbero due code: una per i prenotati e una per altro, e nei giorni di maggiore affluenza, come quelli per le pensioni, magari fare a meno delle prenotazioni. Siamo letteralmente assaliti dai prenotati che affermano di dover entrare senza sentire ragioni. Il culmine si raggiunge quando, dopo un’ora, arriva l’ennesimo tipo con la prenotazione col braccio alzato, sventolando il cellulare per far sì che dall’interno, vedendolo con la pagina dell'app aperta, lo facciano entrare. Il vecchietto prima di me, a quel punto, s’infuria. In risposta l’altro gli dice che ha preso l’appuntamento con l’app perché non vuole stare in fila con loro. Insorgo pure io e gli dico che avrei potuto prenotare stando lì in fila ma non l’ho fatto perché mi sembra ingiusto che un anziano resti tanto tempo ad aspettare. Il tizio abbassa i toni ma nel frattempo arriva un’altra signora che batte la bandiera degli appuntamenti. Anche lei freme come un motore acceso pronto a partire ma le ho spiegato che dovrebbero avere anche un po’ di rispetto per chi fa la fila dal mattino e si vede sorpassato dai prenotati. E con questo si calmano tutti, poiché finalmente si ammette che la colpa non è di chi è in fila, ma di chi organizza il servizio. Ma prima di entrare arriva la ragazza delle cialde di caffè che deve rifornire l’ufficio e nessuno la fa passare: ha dovuto aspettare l’apertura con gli altri.

Il vecchietto di prima, a questo punto, esasperato, vedendo un anziano uscire dalla porta d’ingresso, l’ha preso e spinto dicendogli di togliersi dai piedi. Ma non l’ha finito di dire che la moglie del tizio l’ha redarguito, per poco non lo sbranava. Trovandomi dietro di loro ho cercato di calmarli così, come me, un’altra signora, pure lei prenotata, ma finalmente con un po’ di buonsenso. Si apre la porta dell'ingresso anche per noi e in contemporanea un altro con la prenotazione s’infila dentro per primo. Finalmente sono entrata e, ironia della sorte, quelli con l’appuntamento, per vari motivi, aspettavano seduti, mentre chi era stato in fila era già allo sportello. Ho impiegato due minuti per la mia operazione. Quando sono uscita, ho pensato: “Ce l’ho fatta!”

E ridevo da sola al pensiero del vecchietto che, vistosi assalito da quelli con appuntamento, ha urlato: “E va be’, appena “mi imparo” il funzionamento dell’app, vi frego a tutti quanti, poi voglio vedere chi mi dice che non devo entrare”.

“Sempe che pigli ancora a pensione!” ha ribattuto il suo vicino.

Mi ritorna la frase del signore che ha ripetuto al vecchietto, che lo assilava, di non voler fare la fila per non stare in mezzo agli altri, come forma di disprezzo per chi sembra lontano da noi. Mi chiedo come faccia una persona anziana e poco autonoma a stare al passo con i tempi e come una società civile non ne tenga conto.

 


Tutti a leggere le stelle


 

A ogni inizio anno, come tradizione vuole, consultiamo l’oroscopo, con la speranza di avere buone notizie per il futuro. L’astrologia è materia di studio sin dall’antichità, con lo scrutare delle stelle e del cosmo.

C’è chi esce solo dopo aver letto l’oroscopo e chi se ne fa beffa. Molti sperano che i pronostici abbiano almeno una piccola parte di verità. E dopo averlo letto, cerchiamo relazioni con la nostra vita. Allora, se annuncia una bella avventura, si prevede una novità in campo amoroso; se afferma che avremo denaro, si corre al lotto poiché, se non si gioca, non si potrà mai vincere; se tratta di problemi di salute, magari per un po’ non si esce da casa, aspettando che il malanno pronosticato passi.

Molti prendono le previsioni alla lettera e se al momento non si manifestano, attendiamo timorosi e preoccupati, sicuri che, prima o poi, come un'epifania, accadranno. Inutile far finta di niente, ognuno di noi avrà consultato l’oroscopo in un momento delicato della vita, soprattutto quando si attendono risposte da cui dipendono decisioni importanti.

Molto spesso ciò che dice l’oroscopo non ci passa nemmeno di striscio nella nostra vita ma noi tentiamo sempre di abbinare quella frase letta a una situazione che ci è accaduta, anche se palesemente non c’entra nulla. La realtà è che vogliamo, a tutti i costi, un vademecum che ci porti nella direzione giusta da prendere, tenendo conto dei nostri desideri. Molti, non contenti di un oroscopo, ne consultano diversi fino a quando non si sentono dire ciò che vogliono. A volte ci lasciamo anche suggestionare a tal punto da credere che la scivolata, presa sul marciapiede per la pioggia, sia stata prevista dall’oroscopo, al punto in cui diceva: “Attenzione ai piedi, punto debole della giornata”.

 Già nell’antichità si consultavano gli astri. A Roma, durante il periodo della dinastia giulio-claudia, con la crisi del classicicismo, ci fu una nuova visione della vita ricca di humanitas e curiositas che si contrapponeva alla Romanitas: una cultura per il gusto dell’esotico, dell’avventura, del grottesco, del realistico, del favoloso. A tal proposito, si racconta che l’imperatore Tiberio, come ci riporta Tacito negli Annali, quando aveva necessità di consultare un astrologo, lo faceva condurre da un liberto su una dimora in alto, attraverso dirupi e sentieri così pericolosi che bastava un niente per cadere. Si dice che la strada impervia era necessaria per liberarsi dell’astrologo in caso si fosse rivelato ignorante. Un giorno interrogò l’astrologo Trasillo, che gli rivelò cose importanti sul suo futuro e sull’Impero. Man mano che raccontava, si lasciava prendere dalla paura sempre più, per il pensiero di finire nel burrone se avesse fallito. Alla fine la sua paura culminò in un grido. Vedeva ora incombere su di sé una sciagura. Ciò bastò, invece, a rassicurare Tiberio circa la sua attendibilità di astrologo. Alla fine l’imperatore lo abbracciò contento che gli avesse detto il vero.

Nello stesso periodo il poeta Manilio scrisse Astronomica, un poema astrologico in cinque libri in cui descrive l’origine del mondo e la volta celeste, i segni dello zodiaco, come stabilire l’oroscopo, le influenze delle stelle sul destino degli uomini. Mentre il modello letterario è Lucrezio, mostra poi contenuti prettamente stoici in contrasto con l’epicureismo del De rerum natura. Manilio oppone alla dinamica visione di Lucrezio l’immutabilità degli astri, una concezione fatalistica delle cose e degli eventi, per cui è tutto già predeterminato. Per Manilio la quiete degli astri si oppone alla quotidianità degli eventi incerti della vita. Scrutare il cielo è voler cercare le risposte alle tante domande sulla nostra esistenza cui possiamo rispondere solo vivendo. Ecco perché alla fine Manilio afferma: “Quell’universo di cui vuoi indagare il mistero, è Dio stesso.”

 Le donne più degli uomini amano leggere l’oroscopo, abitudine che imperversa sin dalle origini dell’astrologia. Giovenale, nella sesta satira, quella contro le donne, descrive quest’abitudine praticata in modo ossessivo. Per l’autore latino le donne, pur di conoscere il futuro, si servono anche di ciarlatani che consultano assiduamente. Molti astrologi dispensano le loro idee sui segni dello zodiaco, tracciando profili sempre ricchi e vari, in modo che il contentino dalle stelle arrivi a tutti. Per Marsilio Ficino, grande umanista del Rinascimento, tra gli uomini e gli astri più che influenza, vi è una forma di consonanza e interdipendenza, come si legge nella sua Disputatio contra iudicia astrologorum.

Oggi, come nel passato, si fa grande riferimento all’astrologia proprio intesa come corrispondenza tra esseri umani e cosmo in un legame inscindibile. Ecco allora che Venere ci fa belli, Saturno ci rende nervosi, Mercurio ci dà forza interiore, Marte guerra, Giove prosperità. Troviamo l’oroscopo in ogni rivista, ogni programma ha il suo astrologo, e se vogliamo prendere in giro qualcuno, lo facciamo leggendogli l’oroscopo. E siamo anche più sfrontati quando, letti diversi oroscopi, ammettiamo sia vero quello che più si avvicina al nostro desiderio. È capace anche di metterci il malumore quando predice un lungo periodo di negatività. E se proprio non ci piace, basta dire di non crederci.

 

 

Le interviste impossibili: Gesù





Un altro Natale, ne passano tanti e noi qui a viverlo sempre come i bambini. Credo sia un incantesimo fatto da qualche mago. Non ce n’è stato uno diverso dagli altri, sempre uguale a se stesso. Il Natale è la più grande festa del mondo, ma poi c’è sempre la guerra, bella fregatura! Il bene che ha bisogno del male. Forse, caro mago, ti si è inceppata la bacchetta, un pezzo di formula sbagliata, una distrazione, un venir meno a quello che facevi.

Gesù, piccolo grande uomo. Ma sappiamo tutto di te o ci nascondi qualcosa? Finiremo anche noi per sempre? Viviamo in eterno? Bella confusione, vero?

“Cosa sono questi dubbi sempre in prossimità del Natale?”

Oh, finalmente, non mi fai parlare da sola! Mi chiedi perché? Perché c’è una grande differenza tra la vita e la magia del Natale. Più la vita scorre e più siamo disillusi e crediamo sia dura. Non è così?

“Fregatura? Sarei l’imbroglione per te? Una fregatura è un’azione di basso valore e non mi sembra che la vita lo sia. Perché se fosse così non staresti qui a farti mille domande”

Mi sento per un sentiero irto di pericoli e, più procedo, più domande mi pongo. Ci sono cose che ancora non capisco, e più cerco spiegazioni, più non ne trovo. Tu sai darmi risposte?

“ Una risposta chiarisce per sempre una cosa, mentre la vita è un continuo divenire e ci sono risposte a ogni cambiamento. Non ce ne sono poi così tante. Per esempio, cosa non ti convince?”

Il bene, questa calma apparente, questa bontà che ha la vita di un soffio, questa bellezza fugace, questo Dio che sa tutto di noi e fa finta di niente, questo Dio che  va dove vuole, ignora quel che gli fa comodo. Vedi tutto intorno cosa accade e tu? Di quale amore parli? Se c’è, è così chiuso nei cuori, che è difficile capire il suo percorso e i suoi obiettivi. Forse ti sei sbagliato, è la formula che è andata storta, di’ la verità, non è così?

“No, no, è tutto come volevo, così come stabilito”.

Qualche errore lo avrai fatto pure tu. Guarda quanti siamo, che fine sta facendo la terra, che schifo la politica, quante nefandezze si fanno. Dov’è il bene in giro?

“Tu leggi il mondo col tuo cuore che in questo momento è confuso. Non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto, dalle tensioni, dai facili entusiasmi o dalla superficialità”.

No, vedo quello che c’è intorno a me e non fai niente. Credo che tu non sia un Dio…un Dio del bene. Che Dio sei?

Sarei un dio del male? Sono solo un uomo morto per voi, vissuto come voi, venuto tra voi a darvi l’esempio di salvezza, visto che potevate perdervi per il mondo”.

 Questo è il problema che porta con sé il dubbio.  Sei il dio che conosciamo, o uno sconosciuto, un alieno, che viene a imporre legge per addomesticarci?

“Non posso darti torto, sei libera di pensare, ogni storia si presta a tante interpretazioni, tutto cambia se spostiamo il punto di vista. E’ come quando vediamo le cose da lontano, non saranno mai quelle che vediamo da vicino. Credere è mantenere fisso un obiettivo e tendere verso quel punto. Ma voi, io d’altra parte, ci perdiamo facilmente, scambiamo mete e partenze, desideri e doveri. Abbiamo un percorso che facciamo insieme”.

E allora tutte queste religioni? Quando vi incontrate lassù, tra le galassie, sarà una baraonda. Come fate? Buongiorno Maometto, dì a Buddha che Allah lo cerca. Non oso immaginare. Credo siano solo delle invenzioni, una fantasia, una fiaba con tutti gli elementi. Ma le cose stanno così come quaggiù che per lo stesso motivo ci facciamo guerra?

“Maometto, Allah, Buddha, sono fratelli di uno stesso padre e non tre estranei a operare in orti diversi. Siete una grande famiglia e non satelliti di pianeti. Abbassate i toni, nessuno viene prima di un altro. E non credo che tu viva male in questo mondo! La vita ci piace così tanto che temiamo sempre di perderla e nel volerla salvare, la perdiamo spesso. Il Natale ci vede tutti vicini, in famiglia. Su questo cammino è un crescendo: aumenta l’intensità della stessa vita, la consapevolezza e gli stessi dubbi. Aumenta anche la nostra lotta interiore. La conoscenza ci porta per altri sentieri”.

E la “curiositas”  non ci allontana dalla "religio"?

Curiositas e religio", non si autoescludono, collaborano”. La religio senza la curiositas sarebbe una noia. Ma spesso si fa una grande confusione come se la religione fosse una scienza e la scienza la vostra religione”.

Tu non credi che la religione sia l’oppio dei poveri? Come fai a tenere buoni gli uomini? Siamo miliardi, capisci? Il bene è irrisorio rispetto al male che ci facciamo. Lo dice la storia, tutti gli uomini venuti prima di noi.  Ci conviene credere per la nostra anima o per tenere a bada noi tutti?

“Stai facendo un discorso privo di fede!”

Esatto, di “curiositas”. Mi pongo domande e mi vengono dubbi. Siamo tutti un po’ Tommaso dentro di noi. Di fuori siamo tutti fedeli. Ma la fede è un fatto serio. Significa credere a occhi chiusi, significa non dubitare, significa avere fiducia negli altri. Ma tutto questo è un’utopia. Siamo tutti infedeli.

Tu hai dimenticato una cosa, di avere il libero arbitrio!”

Questa è un’altra fregatura! Il libero arbitrio significa che devo sbagliare per forza, poiché sono imperfetta, la strada mi porta a perdermi. Come puoi pretendere che l’uomo sia fedele, buono, felice, bravo col suo libero arbitrio? E poi ho sempre paura della libertà, più ne abbiamo più non siamo liberi. Credo che la nostra sia una strada già segnata da qualcuno.

Tu non sei un burattino, hai una vita da vivere come vuoi. Questo è il dono che ti è stato fatto, devi accettare. La tua vita deve essere vissuta liberamente. Spesso immaginiamo le cose che non vediamo e non fissiamo lo sguardo vicino, dove la vita si rivela. Siamo tutti con un cannocchiale a mirare lidi lontani mentre molte cose le abbiamo a chilometro zero come voi dite.”

La nota positiva è che rende tutti uguali, ci imprime un sentimento buono, in nome di un dio obbediamo e ubbidire è un atto d’amore. Tutto sommato allora amare è ubbidire?

Ubbidire è accettare, il primo passo verso l’altro. Avete impostato il mondo sul comando, va registrato sull’opzione “servizio”, ognuno al servizio di un altro in uno scambio reciproco. Avere e dare non sono parole da usare solo in banca, lo stesso criterio vale anche per gli affetti. Se si ferma questo flusso, si blocca il capitale! Non siate fredde macchine, ma umani, l’azione è preceduta dal pensiero, cosa che nessuna scienza potrà fornire.”.

Fatto positivo è la religione ci unisce, ci fa sopportare cose impossibili, ci rende umili, semplici e caritatevoli l’uno con l’altro?

Vedi? Ci arrivi da sola”.

Ma con la ragione non con la fede. La fede è sempre un salto nel vuoto e accettare, un rischio. La penso come Pascal, questa religione ci conviene: se non ci aspettiamo nulla, ma se c’è qualcosa di buono nell’al di là, è bene prepararsi. Me lo dice anche mio padre, solo che non sa che il suo pensiero ricalca quello di Pascal. Portarci sempre l’ombrello nell’evenienza possa servirci. È così?

“Non è proprio così, ma in te stessa hai le risposte, ognuno ha le risposte giuste. Vanno tirate fuori con una sana riflessione, senza fretta. Quello che riesci a cavare da te stessa è tutt’altra cosa che sentirle dire.

Mi stai dicendo che non ho bisogno di te?

All’occorrenza ci sono sempre. Tu mi hai chiamato, io sono accorso. Non sono uno che intralcia la ragione. La vita è costruzione con ragione e sentimento. Ogni anno mi fate sentire il Re, il mago di questo incantesimo. Calatelo dentro di voi tutti i giorni. Ma la magia più grande l’avete fatta con quella luce accesa, che mai si spegne nei cuori. Sono lì, ogni pezzetto di voi sono io, ogni pensiero, ogni incantesimo, ogni sogno

Ti lascio, faccio il mio viaggio di Natale, sto andando di cuore in cuore a fare delle verifiche, a misurare la vostra fede”.

Hai deciso di farti del male, allora, in nome del bene?

“ Quando mi cerchi sono nei cuori degli altri, è per questo che bisogna avere rispetto del prossimo, in ognuno di voi ci sono io. Come vedi sono più terreno che di un altro mondo!”

A presto, tanto so dove trovarti!


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