Stazione di Santa Maria Novella, ore 10.30.
Il blog di Filomena Baratto
Alla stazione
Napoli, ore 7.30
Napoli ore 7,30. Appuntamento tra un’ora. Mi fermo a bordo strada mentre una pioggia insistente non mi lascia vedere a un metro. Ho bisogno di conoscere il punto preciso in cui devo andare e metto su maps. Percepisco che mi trovo nei paraggi della mia destinazione ma essendo in largo anticipo, aspetto prima di portare l’auto al parcheggio. Abbasso il finestrino e guardo la fila nel bar per la colazione con cornetti e caffè, il cui profumo intenso mi toglie la tristezza della pioggia. La canzone di Pino Daniele alla radio non è “Quanno chiove” ma la sua voce inconfondibile e le note giuste la rendono perfetta anche sotto la pioggia. Sul marciapiede alcuni turisti sono già pronti con zaini, cartine e ombrelli alla mano. Osservo i palazzi, imponenti, i marciapiedi ampi con ricche fiorire: tutto in ordine, pulito, nessuno suona, nessuno fa slalom in auto o in motorino. Due postini in scooter distribuiscono la posta parcheggiando ordinatamente prima di avviarsi al palazzo di riferimento. Un taxi scivola tra le due file di auto tra cui anch’io e lascia scendere un uomo, poi scende a prendergli il bagaglio, senza che nessuno dietro protesti per essersi fermato. La pioggia si è fermata e tutto è più chiaro. Intanto mi avvio al garage. Prima di parcheggiare chiedo a un garzone, che attraversa la strada, del vico dove devo andare. Mi risponde: “Signurì, proprio cca’, subito a destra”. Ringrazio, anche per il suo “signurì”, e parcheggio. Camminando mi fa senso il silenzio intorno. Mi ricordo le corse di quando andavo a lezione di piano nei pressi del Conservatorio, l’apprensione ogni settimana per lo studio fatto e l’ansia di fare tardi. Poi mi ritornano le serate a teatro con gli amici, la sfogliatella prima di entrare, il babà all’uscita, anche se poi si andava a cena, i discorsi strada facendo. Intanto il profumo di caffè mi accompagna fino a destinazione. A Napoli è nell’aria, prima ancora che nei bar.
Oh Valentino!
Sarebbe bello festeggiare San Valentino in forma più reale e meno di facciata. Ricordo in passato, quando mi trovavo in gioielleria per un regalo e coincideva col giorno di San Valentino, sul banco passavano oggetti d’oro vistosi e costosi che non avrei messo mai, ma la gente acquistava perché a San Valentino “bisogna” regalare l’oro alla fidanzata. Arrivavano le mamme, le suocere, i fidanzati, i padri e tutta la discendenza a comprare “il pezzo d’oro”. Regali che dovevano tornare ai legittimi proprietari nel caso si fosse sciolto il connubio tra i due. Ancora oggi ci sono scene del genere.
Mia nonna diceva che per le mogli Valentino passa in silenzio, poiché sono le acclarate figure di casa, che non hanno bisogno di essere “incensate”, detengono un posto fisso che nessuno può portare via loro.
L’economia si arroga il diritto di dispensare
in nome dell’amore mentre l’amore muore di freddo. Abbiamo una festa per ogni
cosa e poi abbiamo anche il massacro, con i fatti, di ogni festa. Oggi siamo un
po’ dei commercianti dell’amore: siamo buoni se ci viene dato qualcosa, se
riscontriamo benefici. Il vero amore non ama
stare in vetrina come un collier, né farsi notare, è muto e silenzioso ma
operoso, attento, ansioso, desideroso, felice di quello che è, timoroso,
servizievole, mai scontroso, mai volgare, né malizioso. Il vero amore riempie
come nessun oggetto potrebbe mai fare, o nessuna ricchezza potrebbe colmare.
Ama solo manifestarsi, essere presente, partecipare, condividere, aiutare,
senza chiedere o battere i piedi o comportarsi come i bambini capricciosi, continuamente
a lamentarsi o ad aspettarsi qualcosa. Molti "Valentini" sono immaturi, prepotenti, anaffettivi, egoisti, invidiosi dell’altro, offensivi, manipolatori, tanto da
poter prendere il diploma d’ignoranza e invece, per sopperire a questa
deficienza, si nascondono dietro a un regalo, come unico segno sterile di affetto.
Il vero Valentino è fatto di segni affettuosi, di piccoli
gesti ogni giorno, di rispetto in ogni situazione, di stima profonda, di gioia
se l’altro splende di luce propria.
Basta a volte un sorriso, un'intesa profonda, un capirsi al volo, trascorrere del tempo insieme, dedicarsi all'altro, ascoltare non solo le parole ma l'indicibile.
Se invece di massicce catene d’oro ci bardassimo di presenze e interesse per l’altro, di dedizione e attenzione costante per la vita
che ci scorre accanto, luccicheremmo molto di più. L’amore vero splende più dell’oro. In questo caso le gioiellerie fallirebbero ma
le coppie sarebbero più felici.
Storia di una vendetta e non solo
Castello d'If di Sergey Shikin
Il conte di Montecristo, chi non lo ha letto almeno una volta? Romanzo
d’appendice della letteratura francese, feuilleton, nato a
puntate sui giornali e pubblicato nel 1844.
È
ambientato durante il periodo della Restaurazione e della monarchia di Luigi
Filippo. Il protagonista Edmond Dantes è accusato di tradimento, nel giorno del
suo fidanzamento con Mercedes Herrera Mondego, e portato nel castello d’If dove
sconterà la sua pena. Quanto basta per incuriosire e scuotere anche il lettore
più pigro e recalcitrante alla lettura. Sin dalle prime pagine si respira aria di avventura, di ingiustizia ai danni di Edmond, di intrighi, cattiverie e ci si chiede come si possa sopravvivere a tutto il male ricevuto. Tutto parte
dall’amico Fernando che lo invidia quando assume il comando del veliero Faraon, oltre a non perdonargli l’amore per Mercedes. Su queste basi si
fonda un romanzo tra i più amati della letteratura mondiale. Eppure ha un
intreccio logico, prevedibile e, nonostante si presumano gli sviluppi, attira per il modo con cui si mette in atto la vendetta. Essa giunge lentamente, meditata,
costruita con precisione e pazienza, tenendo il lettore col fiato
sospeso. Complice lo stile, definito da Umberto Eco “ridondante” e, quello
che sulle prime può ritenersi un difetto, rappresenta un elemento quasi
necessario per sviluppare una storia di 893 pagine. Se fosse stata scritta in
modo diverso, priva di quell’abbondanza di riferimenti e spiegazioni, non
avrebbe riscontrato lo stesso successo. Nella prima parte le motivazioni della
vendetta, nella seconda il suo sviluppo. I luoghi del romanzo sono Marsiglia,
il castello d’If, l’isola di Montecristo, Parigi.
Edmond
è un marinaio originariamente povero, per niente colto o raffinato ma il
destino, come per incanto, lo fornisce di una ricchezza, di un titolo e di un
fascino incontrastato. Grazie all’abate Faria, incontrato in prigione, Edmond è
informato di un tesoro nascosto sull’isola di Montecristo che risale ai Borgia.
Escogitato un piano di fuga dalla fortezza in cui è rinchiuso, con la morte di
Faria, Dantes, inaspettatamente, si ritrova a dare vita ai suoi propositi.
Il
tesoro gli fornisce i mezzi per mettere in atto la vendetta. Parte alla volta
di Caderousse, che non aveva denunciato Danglar e Fernando Mondego quando
avevano scritto la lettera per accusarlo. Ma poi lo grazia per aver poi
accudito suo padre fino alla fine mentre era in prigione. A questi si aggiunge
il magistrato Villefort, responsabile di averlo mandato in prigione, e
imponendo agli altri due una fine ingloriosa. Con la vendetta zittisce solo
quella forza distruttrice che non lo faceva vivere e chiedeva giustizia. Man
mano che si avventa sui nemici, portando loro pene e sofferenze, anch’egli
perde forza. Aveva ragione l’abate Faria quando gli aveva suggerito di scavarsi la fossa prima di pensare alla vendetta. Magra consolazione se poi la vita
non gli ridà ciò che ha perso: gli anni, Mercedes, la voglia di vivere.
È ormai un uomo spento, svuotato dal tempo e dal dolore, dalla cattiveria e non
vede altro da fare che chiudersi in se stesso. Una vendetta durata dieci anni.
Nelle ultime pagine del romanzo leggiamo: “Giunto al sommo della sua vendetta
per il lento e tortuoso declivio che aveva seguito, vide l’abisso del dubbio.
[…] Il conte diceva a se stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi,
doveva aver sbagliato i suoi calcoli.” E ancora: “Lo scopo che mi ero proposto
sarebbe stato insensato? Avrei percorso una falsa strada per dieci anni?”
La
storia, arrivata a questo punto, gli appare diversa, non più carica di
quell’odio e rabbia avuti in un primo tempo, ma quasi che la ferita non procuri
più dolore, proprio come accade in sogno: “Ciò che manca ai miei ragionamenti
di oggi è l’apprezzamento del passato. Infatti, il passato, simile a un
paesaggio attraverso il quale si passa, si cancella dalla memoria mentre si
allontana. Mi accade come a coloro che si sono feriti in sogno: guardano e
sentono la loro ferita e non si ricordano di averla ricevuta.”
Eppure
Dumas modella il suo giustiziere sul protagonista de i Misteri di
Parigi, Rodolphe de Gerolstein, di Eugene Sue. Edmond Dantes si porta
dietro del protagonista dei Misteri: gli obiettivi, la forza e la convinzione
che la giustizia fatta da sé sia la migliore. Ma diversamente dal primo, Dantes
affronta mille peripezie per mettere in atto il suo piano, avvicinandosi a racconti orientali come Le mille e una notte. E
forse proprio quest’ultimo aspetto lo arricchisce di novità, di movimento
rendendo questo romanzo una storia attuale, intrigante e sempre nuova.
La
vendetta su cui il protagonista giurava all’inizio perde forza, poiché i fatti col tempo
assumono altre sfumature che non vengono agli occhi quando accadono. Una
visione distesa attenua i fatti, poiché la vendetta fa diventare simili al
nemico. E con una nuova visione degli eventi, prende piede la speranza che
tutti possono cambiare e di conseguenza il perdono.
Nel bel mezzo della fila
Ore 8.40, Posta centrale, primo del mese e ci sono i pensionati a riscuotere. Resto senza parole a guardare il serpentone della fila. Avrei potuto prendere appuntamento tramite app ma ormai è fatta. Mi butto nella mischia.
Due cani di piccola taglia sono legati alla ringhiera e intralciano il passaggio. Intanto comincio a temere che ci vorrà del tempo e mi rassegno a procedere. Dopo un quarto d’ora, non ci spostiamo di un passo. Dietro di me si forma un altro serpentone, tanto che un automobilista scatta una foto dall’auto. A metà percorso cominciano a insorgere quelli che mi precedono per qualche infiltrato che cerca di farsi varco e superare. Non lo lasciano passare. Davanti a me due anziani raccontano di dover correre a pagare il fitto di casa subito dopo aver prelevato la pensione. Hanno un’aria afflitta, non ce la fanno, e non sopportano quelli che passano senza rispettare la fila. La tentazione di prendere l’appuntamento tramite app, poiché non ne uscirò in un’ora, è forte, ma resisto: non mi va di passare avanti dopo essere stata in fila con gli altri. Dietro di me due donne insorgono con discorsi che partono dalla fila per finire con i giovani. La prima afferma che se non si fa una rivoluzione, non cambia niente. L’altra ribatte che il male è che ognuno pensa per sé e nessuno ha la volontà di far funzionare le cose. Quella di prima continua dicendo che oggi è un caos, e che i giovani sono maleducati e senza istruzione. ”Una volta”, continua l’altra, “i figli rispettavano i genitori mentre oggi accade il contrario: i genitori fanno ciò che dicono i figli”. Allora l’altra, che la seguiva attentamente, si rende conto che la fila non migliora e fa una partaccia all’intrusa che, quatta quatta, passa oltre. Le urla di tornare indietro ma la tipa, senza scomporsi, resta dove è arrivata. Il vecchietto davanti a me con un fil di voce dice: “Fanno sempre così, scostumati!”
Mentre parliamo, arrivano due signori che
alzano le braccia con il telefonino in mano come se stessero contrattando in Borsa
e sgomitano per arrivare all’ingresso. Due anziani li fanno retrocedere dicendo
loro che comunque entrano quando smaltiscono la fila all’interno. Non contento, quello più alto con la prenotazione avanza senza ritegno, addirittura
superando tutti gli altri. Io e la mia vicina di fila affermiamo che ci
vorrebbero due code: una per i prenotati e una per altro, e nei giorni di
maggiore affluenza, come quelli per le pensioni, magari fare a meno delle
prenotazioni. Siamo letteralmente assaliti dai prenotati che affermano di dover
entrare senza sentire ragioni. Il culmine si raggiunge quando, dopo un’ora,
arriva l’ennesimo tipo con la prenotazione col braccio alzato, sventolando il
cellulare per far sì che dall’interno, vedendolo con la pagina dell'app aperta, lo
facciano entrare. Il vecchietto prima di me, a quel punto, s’infuria. In risposta l’altro gli dice che ha preso l’appuntamento con l’app perché non
vuole stare in fila con loro. Insorgo pure io e gli dico che avrei potuto
prenotare stando lì in fila ma non l’ho fatto perché mi sembra ingiusto che un
anziano resti tanto tempo ad aspettare. Il tizio abbassa i toni ma nel
frattempo arriva un’altra signora che batte la bandiera degli appuntamenti.
Anche lei freme come un motore acceso pronto a partire ma le ho spiegato che
dovrebbero avere anche un po’ di rispetto per chi fa la fila dal mattino e si
vede sorpassato dai prenotati. E con questo si calmano tutti, poiché finalmente
si ammette che la colpa non è di chi è in fila, ma di chi organizza il
servizio. Ma prima di entrare arriva la ragazza delle cialde di caffè che deve
rifornire l’ufficio e nessuno la fa passare: ha dovuto aspettare l’apertura con
gli altri.
Il vecchietto di prima, a
questo punto, esasperato, vedendo un anziano uscire dalla porta d’ingresso, l’ha
preso e spinto dicendogli di togliersi dai piedi. Ma non l’ha finito di dire
che la moglie del tizio l’ha redarguito, per poco non lo sbranava. Trovandomi
dietro di loro ho cercato di calmarli così, come me, un’altra signora, pure lei
prenotata, ma finalmente con un po’ di buonsenso. Si apre la porta dell'ingresso anche per noi e
in contemporanea un altro con la prenotazione s’infila dentro per primo.
Finalmente sono entrata e, ironia della sorte, quelli con l’appuntamento, per
vari motivi, aspettavano seduti, mentre chi era stato in fila era già allo
sportello. Ho impiegato due minuti per la mia operazione. Quando sono uscita,
ho pensato: “Ce l’ho fatta!”
E ridevo da sola al pensiero del
vecchietto che, vistosi assalito da quelli con appuntamento, ha urlato: “E va
be’, appena “mi imparo” il funzionamento dell’app, vi frego a tutti quanti, poi
voglio vedere chi mi dice che non devo entrare”.
“Sempe che pigli ancora a
pensione!” ha ribattuto il suo vicino.
Mi ritorna la frase del
signore che ha ripetuto al vecchietto, che lo assilava, di non voler fare la
fila per non stare in mezzo agli altri, come forma di disprezzo per chi sembra
lontano da noi. Mi chiedo come faccia una persona anziana e poco autonoma a
stare al passo con i tempi e come una società civile non ne tenga conto.
Tutti a leggere le stelle
A ogni inizio anno, come
tradizione vuole, consultiamo l’oroscopo, con la speranza di avere buone
notizie per il futuro. L’astrologia è materia di studio sin dall’antichità, con
lo scrutare delle stelle e del cosmo.
C’è chi esce solo dopo aver
letto l’oroscopo e chi se ne fa beffa. Molti sperano che i pronostici abbiano
almeno una piccola parte di verità. E dopo averlo letto, cerchiamo relazioni
con la nostra vita. Allora, se annuncia una bella avventura, si prevede una
novità in campo amoroso; se afferma che avremo denaro, si corre al lotto poiché,
se non si gioca, non si potrà mai vincere; se tratta di problemi di salute,
magari per un po’ non si esce da casa, aspettando che il malanno pronosticato
passi.
Molti prendono le previsioni alla
lettera e se al momento non si manifestano, attendiamo timorosi e preoccupati, sicuri che, prima o poi, come un'epifania, accadranno.
Inutile far finta di niente, ognuno di noi avrà consultato l’oroscopo in un
momento delicato della vita, soprattutto quando si attendono risposte da cui
dipendono decisioni importanti.
Molto spesso ciò che dice
l’oroscopo non ci passa nemmeno di striscio nella nostra vita ma noi tentiamo
sempre di abbinare quella frase letta a una situazione che ci è accaduta, anche
se palesemente non c’entra nulla. La realtà è che vogliamo, a tutti i costi, un
vademecum che ci porti nella
direzione giusta da prendere, tenendo conto dei nostri desideri. Molti, non
contenti di un oroscopo, ne consultano diversi fino a quando non si sentono
dire ciò che vogliono. A volte ci lasciamo anche suggestionare a tal punto da
credere che la scivolata, presa sul marciapiede per la pioggia, sia stata prevista
dall’oroscopo, al punto in cui diceva: “Attenzione ai piedi, punto debole della giornata”.
Già nell’antichità si consultavano gli astri.
A Roma, durante il periodo della dinastia giulio-claudia, con la crisi del
classicicismo, ci fu una nuova visione della vita ricca di humanitas e curiositas
che si contrapponeva alla Romanitas:
una cultura per il gusto dell’esotico, dell’avventura, del grottesco, del
realistico, del favoloso. A tal proposito, si racconta che l’imperatore Tiberio, come ci
riporta Tacito negli Annali, quando aveva necessità di consultare un astrologo,
lo faceva condurre da un liberto su una dimora in alto, attraverso dirupi e
sentieri così pericolosi che bastava un niente per cadere. Si dice che la
strada impervia era necessaria per liberarsi dell’astrologo in caso si fosse
rivelato ignorante. Un giorno interrogò l’astrologo Trasillo, che gli
rivelò cose importanti sul suo futuro e sull’Impero. Man mano che raccontava,
si lasciava prendere dalla paura sempre più, per il pensiero di finire nel
burrone se avesse fallito. Alla fine la sua paura culminò in un grido. Vedeva ora
incombere su di sé una sciagura. Ciò bastò, invece, a rassicurare Tiberio circa
la sua attendibilità di astrologo. Alla fine l’imperatore lo abbracciò contento
che gli avesse detto il vero.
Nello stesso periodo il poeta
Manilio scrisse Astronomica, un poema
astrologico in cinque libri in cui descrive l’origine del mondo e la volta
celeste, i segni dello zodiaco, come stabilire l’oroscopo, le influenze delle
stelle sul destino degli uomini. Mentre il modello letterario è Lucrezio, mostra
poi contenuti prettamente stoici in contrasto con l’epicureismo del De rerum natura. Manilio oppone alla
dinamica visione di Lucrezio l’immutabilità degli astri, una concezione
fatalistica delle cose e degli eventi, per cui è tutto già predeterminato. Per
Manilio la quiete degli astri si oppone alla quotidianità degli eventi incerti
della vita. Scrutare il cielo è voler cercare le risposte alle tante domande
sulla nostra esistenza cui possiamo rispondere solo vivendo. Ecco perché alla
fine Manilio afferma: “Quell’universo di cui vuoi indagare il mistero, è Dio
stesso.”
Le donne più degli uomini amano leggere
l’oroscopo, abitudine che imperversa sin dalle origini dell’astrologia.
Giovenale, nella sesta satira, quella contro le donne, descrive quest’abitudine
praticata in modo ossessivo. Per l’autore latino le donne, pur di conoscere il
futuro, si servono anche di ciarlatani che consultano assiduamente. Molti
astrologi dispensano le loro idee sui segni dello zodiaco, tracciando profili sempre
ricchi e vari, in modo che il contentino dalle stelle arrivi a tutti. Per Marsilio
Ficino, grande umanista del Rinascimento, tra gli uomini e gli astri più che
influenza, vi è una forma di consonanza e interdipendenza, come si legge nella
sua Disputatio contra iudicia
astrologorum.
Oggi, come nel passato, si fa
grande riferimento all’astrologia proprio intesa come corrispondenza tra esseri
umani e cosmo in un legame inscindibile. Ecco allora che Venere ci fa belli,
Saturno ci rende nervosi, Mercurio ci dà forza interiore, Marte guerra, Giove
prosperità. Troviamo l’oroscopo in ogni rivista, ogni programma ha il suo
astrologo, e se vogliamo prendere in giro qualcuno, lo facciamo leggendogli
l’oroscopo. E siamo anche più sfrontati quando, letti diversi oroscopi,
ammettiamo sia vero quello che più si avvicina al nostro desiderio. È capace
anche di metterci il malumore quando predice un lungo periodo di negatività. E
se proprio non ci piace, basta dire di non crederci.
Le interviste impossibili: Gesù
Un altro Natale, ne passano tanti e noi qui a viverlo sempre come i bambini. Credo sia un incantesimo fatto da qualche mago. Non ce n’è stato uno diverso dagli altri, sempre uguale a se stesso. Il Natale è la più grande festa del mondo, ma poi c’è sempre la guerra, bella fregatura! Il bene che ha bisogno del male. Forse, caro mago, ti si è inceppata la bacchetta, un pezzo di formula sbagliata, una distrazione, un venir meno a quello che facevi.
Gesù, piccolo
grande uomo. Ma sappiamo tutto di te o ci nascondi qualcosa? Finiremo anche noi
per sempre? Viviamo in eterno? Bella confusione, vero?
“Cosa sono questi dubbi sempre in prossimità del
Natale?”
Oh,
finalmente, non mi fai parlare da sola! Mi chiedi perché? Perché c’è una grande
differenza tra la vita e la magia del Natale. Più la vita scorre e più siamo disillusi
e crediamo sia dura. Non è così?
“Fregatura? Sarei l’imbroglione per te? Una
fregatura è un’azione di basso valore e non mi sembra che la vita lo sia.
Perché se fosse così non staresti qui a farti mille domande”
Mi sento per
un sentiero irto di pericoli e, più procedo, più domande mi pongo. Ci sono cose
che ancora non capisco, e più cerco spiegazioni, più non ne trovo. Tu sai darmi
risposte?
“ Una risposta chiarisce per sempre una cosa, mentre la vita è un continuo divenire e ci sono risposte a ogni cambiamento.
Non ce ne sono poi così tante. Per esempio, cosa non ti convince?”
Il bene,
questa calma apparente, questa bontà che ha la vita di un soffio, questa
bellezza fugace, questo Dio che sa tutto di noi e fa finta di niente, questo
Dio che va dove vuole, ignora quel che
gli fa comodo. Vedi tutto intorno cosa accade e tu? Di quale amore parli? Se
c’è, è così chiuso nei cuori, che è difficile capire il suo percorso e i suoi
obiettivi. Forse ti sei sbagliato, è la formula che è andata storta, di’ la
verità, non è così?
“No, no, è tutto come volevo, così come
stabilito”.
Qualche
errore lo avrai fatto pure tu. Guarda quanti siamo, che fine sta facendo la
terra, che schifo la politica, quante nefandezze si fanno. Dov’è il bene in
giro?
“Tu leggi il mondo col tuo cuore che in questo
momento è confuso. Non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto, dalle
tensioni, dai facili entusiasmi o dalla superficialità”.
No, vedo quello
che c’è intorno a me e non fai niente. Credo che tu non sia un Dio…un Dio del
bene. Che Dio sei?
“Sarei un dio del male? Sono solo un uomo morto
per voi, vissuto come voi, venuto tra voi a darvi l’esempio di salvezza, visto
che potevate perdervi per il mondo”.
Questo è il problema che porta con sé il
dubbio. Sei il dio che conosciamo, o uno
sconosciuto, un alieno, che viene a imporre legge per addomesticarci?
“Non posso darti torto, sei libera di pensare,
ogni storia si presta a tante interpretazioni, tutto cambia se spostiamo il
punto di vista. E’ come quando vediamo le cose da lontano, non saranno mai
quelle che vediamo da vicino. Credere è mantenere fisso un obiettivo e tendere
verso quel punto. Ma voi, io d’altra parte, ci perdiamo facilmente, scambiamo
mete e partenze, desideri e doveri. Abbiamo un percorso che facciamo insieme”.
E allora
tutte queste religioni? Quando vi incontrate lassù, tra le galassie, sarà una
baraonda. Come fate? Buongiorno Maometto, dì a Buddha che Allah lo cerca. Non
oso immaginare. Credo siano solo delle invenzioni, una fantasia, una fiaba con
tutti gli elementi. Ma le cose stanno così come quaggiù che per lo stesso
motivo ci facciamo guerra?
“Maometto, Allah, Buddha, sono fratelli di uno
stesso padre e non tre estranei a operare in orti diversi. Siete una grande
famiglia e non satelliti di pianeti. Abbassate i toni, nessuno viene prima di
un altro. E non credo che tu viva male in questo mondo! La vita ci piace così
tanto che temiamo sempre di perderla e nel volerla salvare, la perdiamo spesso.
Il Natale ci vede tutti vicini, in famiglia. Su questo cammino è un crescendo:
aumenta l’intensità della stessa vita, la consapevolezza e gli stessi dubbi.
Aumenta anche la nostra lotta interiore. La conoscenza ci porta per altri sentieri”.
E la “curiositas” non ci allontana dalla "religio"?
“Curiositas e religio",
non si autoescludono, collaborano”. La religio
senza la curiositas sarebbe una noia.
Ma spesso si fa una grande confusione come se la religione fosse una scienza e
la scienza la vostra religione”.
Tu non credi
che la religione sia l’oppio dei poveri? Come fai a tenere buoni gli uomini?
Siamo miliardi, capisci? Il bene è irrisorio rispetto al male che ci facciamo.
Lo dice la storia, tutti gli uomini venuti prima di noi. Ci conviene credere per la nostra anima o per
tenere a bada noi tutti?
“Stai facendo un discorso privo di fede!”
Esatto, di “curiositas”.
Mi pongo domande e mi vengono dubbi. Siamo tutti un po’ Tommaso dentro di noi.
Di fuori siamo tutti fedeli. Ma la fede è un fatto serio. Significa credere a
occhi chiusi, significa non dubitare, significa avere fiducia negli altri. Ma
tutto questo è un’utopia. Siamo tutti infedeli.
“Tu hai dimenticato una cosa, di avere il libero
arbitrio!”
Questa è un’altra
fregatura! Il libero arbitrio significa che devo sbagliare per forza, poiché sono
imperfetta, la strada mi porta a perdermi. Come puoi pretendere che l’uomo sia
fedele, buono, felice, bravo col suo libero arbitrio? E poi ho sempre paura
della libertà, più ne abbiamo più non siamo liberi. Credo che la nostra sia una
strada già segnata da qualcuno.
“Tu non sei un burattino, hai una vita da vivere come
vuoi. Questo è il dono che ti è stato fatto, devi accettare. La tua vita deve essere
vissuta liberamente. Spesso immaginiamo le cose che non vediamo e non fissiamo
lo sguardo vicino, dove la vita si rivela. Siamo tutti con un cannocchiale a mirare
lidi lontani mentre molte cose le abbiamo a chilometro zero come voi dite.”
La nota
positiva è che rende tutti uguali, ci imprime un sentimento buono, in nome di
un dio obbediamo e ubbidire è un atto d’amore. Tutto sommato allora amare è
ubbidire?
“Ubbidire è accettare, il primo passo verso
l’altro. Avete impostato il mondo sul comando, va registrato sull’opzione
“servizio”, ognuno al servizio di un altro in uno scambio reciproco. Avere e
dare non sono parole da usare solo in banca, lo stesso criterio vale anche per
gli affetti. Se si ferma questo flusso, si blocca il capitale! Non siate fredde
macchine, ma umani, l’azione è preceduta dal pensiero, cosa che nessuna scienza
potrà fornire.”.
Fatto positivo è la religione ci unisce, ci fa sopportare cose impossibili, ci rende umili,
semplici e caritatevoli l’uno con l’altro?
“Vedi? Ci arrivi da sola”.
Ma con la ragione non con la fede. La fede è sempre un salto nel vuoto e accettare, un rischio. La penso come Pascal, questa religione ci conviene: se non ci aspettiamo nulla, ma se c’è qualcosa di buono nell’al di là, è bene prepararsi. Me lo dice anche mio padre, solo che non sa che il suo pensiero ricalca quello di Pascal. Portarci sempre l’ombrello nell’evenienza possa servirci. È così?
“Non è proprio così, ma in te stessa hai le
risposte, ognuno ha le risposte giuste. Vanno tirate fuori con una sana
riflessione, senza fretta. Quello che riesci a cavare da te stessa è tutt’altra
cosa che sentirle dire.”
Mi stai
dicendo che non ho bisogno di te?
“All’occorrenza ci sono sempre. Tu mi hai
chiamato, io sono accorso. Non sono uno che intralcia la ragione. La vita è
costruzione con ragione e sentimento. Ogni anno mi fate sentire il Re, il mago
di questo incantesimo. Calatelo dentro di voi tutti i giorni. Ma la magia più
grande l’avete fatta con quella luce accesa, che mai si spegne nei cuori. Sono
lì, ogni pezzetto di voi sono io, ogni pensiero, ogni incantesimo, ogni sogno…
Ti lascio, faccio il mio viaggio di Natale, sto
andando di cuore in cuore a fare delle verifiche, a misurare la vostra fede”.
Hai deciso di
farti del male, allora, in nome del bene?
“ Quando mi cerchi sono nei cuori degli altri, è
per questo che bisogna avere rispetto del prossimo, in ognuno di voi ci sono
io. Come vedi sono più terreno che di un altro mondo!”
A
presto, tanto so dove trovarti!
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