18/07/17

L'affare Sonia 28

“Ecco alla mia destra debordano due seni che forse la mia mucca Serafina farebbe il diavolo a quattro pur di averle; alla mia sinistra chiappe sode che mi sembrano altri due seni nella sezione posteriore. Santo è proprio quest’abbondanza che mi disgusta, non mi lasciano pensare che mi trovo tutto spianato qui davanti, sono sicuro che i tuoi occhi se potessero vedere avrebbero la nausea. E poi non capisco come si fa a fare un bagno aggiustandosi ogni due minuti le striscioline che vanno per i fatti loro senza educazione nelle parti più intime di queste povere ragazze che non trovano tregua. Al loro posto mi sarei già tolto tutto”. “Ti lamenti per tanta abbondanza? Io invece vorrei fare proprio il guardone come non mai in questo momento e lascerei te senza possibilità di vedere”. “Santo come sei crudele, vorresti questo ben di Dio tutto per te? Non ti facevo così egoista!” “E’ per questo che ti ho portato qui, lontano da occhi indiscreti in questa riserva paradisiaca, ma tu mi devi sempre aggiornare perché devo poterti consigliare!” “Ai tuoi ordini, padrone!” Paloma li ascoltava come due figli monelli, poi esausta delle loro bambinate e senza più un briciolo di pazienza li arringava severamente: “Vergognatevi, sembrate due liceali… e giù di lì fino a pronunciare la fatidica frase: “Potrebbero essere le vostre figlie”. A questo punto lo scherzo finiva e ogni cosa rientrava nelle righe. Nel primo giorno del loro soggiorno sedettero ai bordi della grande piscina a bere tequila e a guardare lo sfarzo intorno. Santo si faceva descrivere da Paloma e attraverso lei e Filippo viveva il mondo intorno a lui.
Filippo dopo un giro di perlustrazione, come era suo solito arrivò da Santo. “Sai, fece rivolto al padrone, ho visto la signorina Cornelia”. “Chi?” fece Santo quasi disturbato.” “ La signorina Cornelia, la passeggera che abbiamo avuto nella traversata”. Nel frattempo Cornelia aveva seguito Filippo e si trovò lì davanti a loro: “ Buongiorno capitano, mi sento una stupida per quello che le ho pronosticato, perché vedo che è in bella forma”. Santo alquanto perplesso di quella visita inaspettata, guardò con paura quella donna che gli aveva predetto il buio. “Buongiorno signorina malaugurio!” “Capitano come è cattivo, ma per farmi perdonare vorrei dirle il seguito che non le ho detto troppo presi dal buio”: Gli prese la mano e dopo averla accarezzata e osservata bene, disse: “Sarò precisa questa volta e senza nascondermi dietro ai paraventi”. Santo la temeva un po’ perché aveva predetto quanto gli era poi accaduto realmente, e mentre da un lato voleva sottrarsi a quella violenza che gli stava facendo, dall’altro non aveva la forza di reagire e si mise ad ascoltarla in silenzio religioso come se pendesse dalle sue labbra. “Nel suo futuro vedo una casa in mezzo al verde, grande, molto grande, con tante persone”. “E magari vede anche la luce, fece Santo ironico e senza possibilità di credere quanto stesse dicendo”. “La luce è dentro la casa, disse Cornelia, un chiarore eccessivo, anzi è tanto forte che sembra fuoco”. “Ancora con questo fuoco, mi ricorda l’incendio. Da bambino mi piaceva sentirmi predire il futuro, ma ora Cornelia è meglio che la smetta. La realtà è questa”. “ Santo deve credermi le mie doti di preveggente fanno paura anche a me stessa”. “La ringrazio, ma come può vedere tutta quest’ansia nel predirmi il futuro non serve ad un cieco!” “Non disperi capitano, la vita va e viene. Tutto è a doppio: il bello e il brutto, il sano e il malato, l’uomo ha bisogno dell’uno e dell’altro”. Cornelia era rimasta delusa dall’accoglienza fredda del capitano anche per sperare in un loro approccio. Lui non voleva neppure vederla tanto rappresentava la sciagura! Dovette ricredersi e ammetter che Santo non doveva essere in condizioni psicofisiche adatte ad un rapporto a due. Rispettò la sua ermetica chiusura e lasciò a malincuore la possibilità di avere con lui una relazione. Filippo pensò a informarla del fatto che il cuore del capitano batteva per un’altra donna e si sa quando il cuore è occupato nessuno può prendere il suo posto. La vacanza sortì l’effetto di un’attesa, Santo si pose in uno stato di grazia, in attesa che qualcosa accadesse ai suoi occhi, che qualcuno perorasse la sua causa o aspettasse un tempo migliore dove avrebbe potuto fare tutto quello che gli era stato impedito fino ad allora. Ritornò a Sorrento con tanta voglia di darsi una mossa e togliersi di dosso quel tepore che lo ottundeva completamente ma era tutto così difficile se non impossibile. La sua fortuna era quella di vedere sempre gente per il suo lavoro, di stare in mezzo agli altri pur nel suo buio. Spesso portava le sue bambine al suo ufficio e talvolta in giro per Napoli a conoscere la bella città. Sentiva però un vuoto dentro che non riusciva a colmare. Molte donne che frequentava avrebbero avuto una grande voglia a stare con lui anche col suo handicap. Era un uomo giovane, ricco, forte per posizione, eppure tanto chiuso. Non vi era alcuna possibilità di poter penetrare quell’animo ferito e disilluso.

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15/07/17

Quattro amiche al bar

In un pomeriggio assolato, mentre in lontananza il Vesuvio brucia da far venire voglia di piangere, con un’amica, mi dirigo al bar. E’ una persona solare, col raro dono di unire gente intorno. Mi ha presentato lì delle sue amiche e ci siamo trovate così in quattro sedute a bere qualcosa di fresco, proprio come la canzone di Gino Paoli. L’intrusa ero io, se si può dire, loro si conoscevano, ma subito ci siamo trovate a nostro agio. Non “perdevo” tempo così da tanto. Ogni tanto un sano momento di relax, dove ci scappa una risata e si dicono anche tante inezie, è piacevole. La leggerezza della vita non è superficialità. Un’oretta a parlare di costumi, di amicizie, di libri, di persone, mentre si beve sotto la frescura dei pini che alleggerisce l’afa e ci allontana da quella criminale visione del Vesuvio che brucia. Come sanno essere brave le donne a raccontarsi, nessuno. Sono complici, determinate e intuitive. Sono attente osservatrici e poi hanno quel fiuto infallibile di sapere se la persona appena conosciuta sia affidabile. Le donne hanno bisogno di credenziali per lasciarsi andare, altrimenti sono diffidenti e si chiudono a chiave come un comò. Mentre loro parlavano, io vedevo in noi le ragazzine che eravamo state. I nostri invece erano discorsi di vita, di figli, di affetti, di passioni, di benessere, di persone. Ho notato in tutte noi la capacità di ascoltare e capire la persona di fronte. E lentamente si svelava qualcosa di noi. Lì sedute, il tempo è volato e ho ripensato al valore dell’amicizia un po’ perso per strada, da quando i tempi si sono assottigliati e mi resta solo quello del fare.

  

Capelli spettinati, lunghi e in piega, altri mossi e poi alle spalle biondi, visi abbronzati e bianco, il mio, cannucce sparse, bottigline in mano, aria svagata, occhiate trasversali, rannicchiate sulla sedia ad ascoltare o parlare, a sorseggiare, a sorridere, un mondo in mezzo agli altri. L’aria mi ha riportato alle amiche del cuore della mia adolescenza. L’amicizia vera è duratura e mai si spezza, ma molto spesso come nasce così finisce, forse per mancanza di affinità, anche per antipatie, pregiudizi, interessi. Necessita di tempo per nascere e se finisce vuol dire che non lo era. E’ senza soluzione di continuità, un lavoro a tempo indeterminato e i veri amici sono pochissimi. Nei nostri discorsi si diceva che è meglio un’amica che ti dice tutto, il bello e il brutto di te e di ogni cosa. Non piace la diplomazia, la bugia per non ferire, un po’ come in amore. Talvolta serve anche evitare qualche parola di troppo per non far soffrire così come inutili dispiaceri. Parlarsi è fondamentale, evitare le spiegazioni credendo che spetti all’altra il primo passo, anche questo lede il rapporto. In tal caso, subito si pensa a una cattiva disposizione di animo e si abbandona il campo. Ma poi strada facendo nascono le incomprensioni che, se spiegate e risolte subite, fanno risplendere di nuovo la voglia di essere amiche. Mai tergiversare per spiegarsi, si rischia di ledere il rapporto. Da un’ultima ricerca si è visto che con l’età diminuiscono i gli amici. Tra le motivazioni ci sono il conoscersi meglio, capire chi è il vero amico, indole più riflessiva e meno espansiva. La nostra amica comune è brava a “trascinare”. L’amicizia è crescere insieme, confrontarsi, prendersi cura reciprocamente, sempre in modo educato e rispettoso. Spesso la scambiamo per sottomissione, per aiuto, per interesse, per spirito corporativo. Così come molto spesso si scambia una conoscenza per amicizia. E’ trascorsa così qualche ora tra chiacchiere e riflessioni, un modo per fermarsi e guardarsi intorno senza fretta.

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"L'albero di noce" alla Ubik di Vico Equense

Il giorno 13 luglio, alla libreria Ubik di Vico Equense,  serata dedicata al mio romanzo "L'albero di noce", Graus Editore,  giugno 2017.
La serata non poteva rivelarsi migliore di come è andata: pubblico attento, io a raccontarne il contenuto. Ho scelto personalmente di presentare la storia volendo essere l'unica a poterne parlare.
Il ruolo di relatrice di me stessa mi è piaciuto molto ed è stato anche molto apprezzato, avendo avuto un modo più stretto di rapportarmi al pubblico.
Il romanzo, uscito in una nuova versione dopo quella del 2012, con nuova veste, nuovo titolo, è stato sviluppato per i temi, notevoli e diversi come l'adozione, la condizione della donna negli anni 60, parallelo sulla figura paterna naturale e adottiva, l'amore materno, il pregiudizio, l'essere e l'apparire... Al centro la storia di due ragazzi che vivono un amore troppo bersagliato da tutti. Anche la lettura di  tre brani importanti della storia, da cui emergeva l'importanza dell'albero di noce, che dà il titolo al romanzo, è stato un momento partecipato.





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08/07/17

Antonio Asturi (1904- 1986)

Le opere di Asturi attraggono, captano l’attenzione come se avessero quel “quid” di cui egli stesso parlò quando voleva trovare un punto chiave sul viso di Benedetto Croce che glielo facesse dipingere come meritava. La pensosità del filosofo doveva emergere in tutta la sua imponenza e finalmente quella vena rigonfia sulla tempia gli diede il pretesto. Le tele parlano attraverso le linee e i colori, la masse e le forme. Bastano piccoli tratti, segni, pennellate anche rapide per definire. Molti hanno visto in questa tecnica una qualità scadente della sua pittura, contro una quantità eccessiva di opere prodotte.
 Chi si sofferma sulla pittura di Asturi e ne studia, oltre il tempo e le correnti possibili cui collocarlo, le linee e quei segni, quella luce e quei toni scelti accuratamente, capirà un aspetto fondamentale: la sua pittura è poesia. Tratti che emergono da una conoscenza approfondita e dalla bellezza del suo territorio, dall’amore filiale verso sua madre che tante volte riporta sulla tela. La scioltezza e lo scatto del pennello di Asturi nasce dal vivere quelle scene, conoscerle profondamente e che traccia con tale sicurezza da diventare veloce, dove la velocità è proporzionale all’amore che egli stesso investe in quella realtà. Per qualche detrattore quella continuità di paesaggi e luoghi, che ostinatamente continua a dipingere, rappresenta un aspetto poco poetico. Per costoro il pittore dovrebbe variare per risultare più attendibile e creativo. Ma Asturi dà il meglio di sé nei suoi luoghi, nella sua terra. Non solo i personaggi e i volti esprimono la sua profonda conoscenza di quello che va dipingendo, ma gli scorci, le chiese, le strade, le spiagge, i paesaggi interi si personalizzano assumendo caratteristiche di soggetti parlanti. Rapidità come sinonimo di conoscenza e sicurezza, per dare loro l’eternità del loro movimento, o del loro sentimento, o trasmettere espressioni affettuose o deludenti, malinconiche, taciturne. La gioia è nella luce, nei colori, nell’aprirsi agli altri. Le figure sono sempre espressive, compatte, unite, in blocco, chiuse, o in movimento per lottare, per agire, ma molto più spesso sono pensose, riflessive, cariche di lavoro interiore, sono tristi. Sono scatti di pose per rubare il momento. Egli stesso afferma:” Cerco di mettere nelle mie cose, non il tempo e né il fine, né oggi, né ieri, né domani, ma solo il sempre!” Ma lontano dalla sua terra deve seguire una scia, un confronto, un modello, un incantesimo che gli conceda la spinta necessaria come se fosse nella sua Vico. Altrove i tratti del pennello diventano più precisi, più nitidi, quasi a compensare, con la definizione dei contorni, ambienti e persone che non conosce. Nella sua terra è proprio la luce che illumina la sua pittura, quella stessa dei pomeriggi assolati, del mare verde smeraldo, del cielo sempre chiaro, sgombro da nuvole imbronciate, e del sole che mette in corpo una tale frenesia da tradursi in creatività. Quasi avesse l’urgenza di trasferire quel mondo sulla tela, così come si presenta al suo spirito per poi ridargli lustro col colore. Veloce per fotografare l’ispirazione nel suo attimo nascente. La pittura di Asturi è contagiosa per la luce e passionale per i colori, è poesia per ciò che esprime. Altrove offre una pittura camaleontica: si adatta ora al futurismo, ora a dipingere luoghi sconosciuti, ora a provare soggetti a lui poco congeniali.
Il Maestro è vivo solo qui, anche l’ Accademia fu per lui la mortificazione della creatività. Asturi e Vico sono in un binomio indiscindibile. L’uno senza l’altra sono discorsi incompleti. Il luogo ha temprato la sua tela, ha impresso il suo territorio, ha suggerito i suoi personaggi, tradizioni, abitudini. E se Asturi non avesse ripreso questa città nei suoi mille volti, con i suoi vicoli, i porticati, il mare, le spiagge, le carrozzelle, le madri, la sua gente, Vico avrebbe molto meno di quello che oggi ha grazie a lui. Un artista che dipinge con tanto amore la sua terra con continui spunti che mai si esauriscono, lo fa per restare nel suo abbraccio così come la sua terra aveva trovato in lui il suo cantore, l’aedo, il suo tramite, il suo sensibile e fine conoscitore. Il vento, il mare, gli alberi, le case, le piazze, acquistano vigore sotto i suoi pennelli. E se la luce dona alle tele una sorprendente felicità, un benessere psichico, d’altra parte la stessa felicità sottende a una malinconia che sempre da qualche parte della tela emerge a contrastare la luce. La poesia è qui! L’allegria dei colori e della bellezza, del fine disegno si oppongono spesso al significato stesso del soggetto ritratto. E’ inutile e oltretutto pericoloso voler cercare a tutti i costi in Asturi contaminazioni ora della scuola napoletana, ora del futurismo e poi Mancini, qualcuno azzarda il Goja o Picasso, e poi Rembrant o Rubens… Sono tutte egoistiche posizioni per volerlo accomunare a un tipo di pittura già vista e conosciuta. Ma Asturi è un grande pittore per non essersi lasciato sedurre né contaminare. La sua è una pittura originale, personale, espressiva, fatta di linee e di tratti rapidi. Il pennello dà forma a quello che lo spirito gli suggerisce, consapevole che dopo sarà già un’altra cosa, un altro suo resoconto. Rapidità per tracciare un tempo che soffoca? Per definire le ansie dell’anima? Per contrastare le malinconie della vita? Molto probabilmente Asturi se fosse stato un uomo colto, non avrebbe dato alla pittura il meglio di sé, in quanto si sarebbe espresso con altri linguaggi, magari alternandoli o servendosene di tutti in egual modo. Il fatto di non aver potuto frequentare scuole gli ha dato quell’estro maggiormente affinato esprimendosi attraverso un solo canale. E la sua pittura parla, afferma, conferma il suo pensiero. Se potesse essere tradotta in prosa, sarebbe quella di Tacito (58-117 d.C.), lo storico romano che con frasi brevi e spezzate, asimmetriche, periodi rapidi, con mancanza di soggetti, con verbi all’infinito, scriveva i suoi annali. Tacito è un artista oltre ad essere uno storico, o meglio uno storico artista. Come la prosa tacitiana ci lascia immaginare perfettamente i fatti storici nella loro essenzialità ma anche nella loro ricca umanità, così la pittura del Nostro riporta sulle tele il vero della vita e i sentimenti degli esseri viventi tutti. L’originalità di Asturi è quella di assomigliare sempre a se stesso pur nei cambiamenti di vita.
Riportò l’eruzione del Vesuvio del ’44 su di una tela, mentre assisteva in diretta all’esplosione del vulcano, ricordando quanto accadde a Plinio il Vecchio nel 79 d.C. sotto l’imperatore Tito, quando dalla spiaggia di Stabia trovò la sua fine mentre assisteva all’eruzione, non sopportando i gas e il caldo sprigionati.
Il suo periodo migliore fu negli anni 50/60 in una Vico che vive la ricostruzione post bellica, in preda a continui mutamenti sociali ed economici.
L’Italia nel 1957 contava 47 milioni di abitanti. Il censimento dà un paese giovane per il 26%, mentre i vecchi oltre i 65 anni sono l’8%. La durata della vita è in media di 65 anni, ci sono in media 2 figli per coppia. E’ il periodo delle emigrazioni sia interne che all’estero. In Italia il settentrione rappresenta un grosso bacino di raccolta mentre all’estero, tra le mete ambite, c’è l’America, seguita dalla Francia, Belgio, Svizzera, Germania. L’Italia è un paese prettamente agricolo che inizia una lenta trasformazione a cominciare da un’ espansione edilizia con grande impulso alle attività collaterali. Nel 1953 è l’anno in cui si costituisce l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi sotto l’egida di Enrico Mattei. Nasce nel 1955 la nuova utilitaria, la 600 che, con la 500, si attesterà a pieno titolo l’ingresso nel mercato dei consumi. Il 56 è invece l’anno della costruzione dell’autostrada del Sole che metterà in comunicazione il Nord e il Sud da Napoli a Milano. Nello stesso anno abbiamo un programma televisivo che ha fatto epoca: Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno, seguito nei bar, luogo di aggregazione e gli unici ad avere il televisore. Sono gli anni dei primi elettrodomestici, della donna che acquista una nuova consapevolezza, partita dal suo ingresso in politica votando per la prima volta nel ’46. Per il sud comincia un periodo di interventi straordinari. Nel 1960 la lira è moneta dell’anno.
Asturi fu pittore inesauribile anche nei suoi soggetti ricorrenti come le amate maternità, tutte fisse nella loro serenità, simbiosi perfetta in natura tra madre e figlio. La tranquillità materna segno di amore ma che cela la preoccupazione del futuro, ben sapendo che un figlio arreca affanni e, pur nella consapevolezza, lei si mostra felice.
Altro soggetto caro al maestro sono le amate carrozzelle che molti credono siano un soggetto solo commerciabile. La carrozzella mezzo di trasporto formato da calesse e cavallo nonché il nocchiero alla sua guida, dà adito a molte interpretazioni tra cui la metafora della vita. Se mettessimo in sequenza tutte le carrozzelle, come fotogrammi di un film, otterremmo il tempo della vita e i suoi travagli. Sono spaccati ricchi di malinconie, attese, affanni, corse, stasi, proprio come la vita impone all’uomo. La carrozzella come rappresentazione di un mondo, un viaggio all’interno dell’uomo che corre e si affanna e mai giunge a destinazione. Un po’ come le esigenze del pittore che si prefigge di rappresentare la bellezza della vita ma continuamente gli sfugge di mano, che un momento prima aveva e ora è già mutata. Nella corsa a trattenere il tutto senza mutamento si innesta l’irrequietezza del pittore desideroso del vero e del reale che in lui assurge a sintesi artistica.
I ritratti di Asturi sono invece ricchi di un disegno ben fatto nei contorni e nelle forme, da cui emerge l’esistenzialismo dei personaggi. Nessun volto è mai sorridente anche se pieno di luce. La malinconia si nasconde come ombra in ciascuno. L’ombra come elemento contrapposto alla gioia che per sorreggersi ha bisogno del buio, una sorta di piacere e dolore della stessa moneta che è la vita.
Asturi dà il meglio di sé nel realismo dei protagonisti che ritrae in spaccati di vita, in momenti insoliti, con rappresentazioni nuove, estemporanee, mai descritte prima. Come la vecchia che legge il giornale, la donna in preghiera, l’asino con la soma, i fratelli, il pescatore. Momenti di vita quotidiana ripresi con cura e chiarezza. Asturi vive per la sua arte e la sua terra diventa lo strumento indispensabile per la sua pittura.

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03/07/17

Firenze

E’ stato un piacere trovare Beth alla stazione ad aspettarmi, puntuale, sotto la pensilina con un sorriso. Insieme ci siamo avviate verso via Ginori, dove abita e dove alloggio anch’io. 

Quello che mi colpisce, appena uscita dalla stazione, incamminandomi per le stradine, è una puzza difficile da definire. Un misto di nafta, spazzatura e polvere  a cui non resisto. Le strade strette e non asfaltate, piene di lastroni di basalto, finiscono per farmi inciampare continuamente così come le rotelle della valigia si incastrano ogni due minuti. Finalmente arriviamo a palazzo Barbolani, un palazzo del '500 molto chic. Le camere sono confortevoli e con mobili della stessa epoca. Unico neo è che le camere sono prive di aria condizionata e sono costretta a lasciare i balconi aperti ascoltando le voci provenienti dalla strada. Firenze è una città viva e ricca ma a misura d’uomo. Le strade del centro storico, dove passano solo i taxi, invitano a passeggiare e a guardare le piccole botteghe che sembrano intatte così come erano nel Rinascimento o prima ancora.

Ho conosciuto la Bottega di Leonardo, una gelateria, una vera sciccheria sia per il gelato che per il locale ricavato da una cappella sconsacrata. Alle pareti affreschi leggeri nei colori pompeiani, un piccolo altare a cui si accede attraverso scaloni e diventato un salottino con cuscini dove poter gustare il gelato indisturbati. Il gelataio è un signore simpaticissimo con un sorriso di quelli che  non se ne vedono in giro da tanto. Dispensa gelati su gelati, da solo, senza alcun aiuto, in coppette, coni, e poi nei cannoli. La gente che passa davanti alla bottega non può fare a meno di fermarsi e mangiare il gelato di Leonardo. Si creano capannelli, gruppetti di persone che scambiano chiacchiere mentre gustano il gelato. Noi dall’alto delle scale a mo’ di altare, osserviamo chi entra e chi esce, i gusti che mangiano, la loro faccia quando finisce e ne vorrebbero un altro. Intanto arriva Stefania, un’altra amica che si unisce a noi col gelato mentre noi abbiamo finito. Intanto parliamo di diabete, glicemia, mangiar sano inducendo gli altri a guardarci. Altra tappa è stato il Duomo e il Battistero con la bellissima Porta del Paradiso e le tavole del Ghiberti. Passeggiavo lì davanti col naso in su per ammirare la cupola di Brunelleschi, un esempio di bellezza architettonica veramente insuperabile. Firenze è unica. Si respira arte ad ogni angolo, davanti a una piazza, un museo, una biblioteca, una chiesa, un personaggio storico. Le botteghe sono ricche di ogni sorta di merce e via Tornabuoni presenta una carrellata di stilisti tra i più raffinati. Firenze chiede occhi, occhi rivolti in su per la maggior parte delle volte, occhi alle facciate, all’Arno, ai ponti…Firenze anche piovigginosa, anzi, temporalesca. E’ venuto giù un temporale tanto che nelle serre dell’Orto Botanico pioveva. Firenze è sempre la città rinascimentale per eccellenza, d’Italia e del mondo. A Firenze l’arte chiama e i fiorentini sono sempre allegri per vivere immersi in tanta bellezza. Una Galleria, una colonna, un affresco, una scultura ci sorprendono ed è impossibile non fare riferimenti al tempo, ai personaggi e alla storia. E’ una città che non stanca, ma  riempie. Al ritorno Beth mi accompagna alla stazione e mi lascia poco prima di avviarmi al binario. Dopo averla salutata, mi prende un po’ di malinconia a lasciarci dopo due giornate intense di arte e letteratura. Quando il treno parte da Santa Maria Novella, mi ritorna in mente la presentazione, il motivo per cui sono arriva qui. E’ stata un’esperienza interessante presentare all’Orto Botanico, il Giardino dei Semplici col Direttore Paolo Luzzi e tutti coloro che hanno partecipato. Nell’Orto c’era un noce enorme, americano, che per guardarlo tutto ho dovuto alzare lo sguardo di parecchio per  ammirarne la sommità. Rappresentava l’albero del mio romanzo sotto la cui chioma erano state sistemate le sedie per la serata. Ma un temporale estivo e senza preavviso ci ha fatto spostare nella serra. Piante altissime e fiori con fontanine e laghetti hanno fatto da scenario alla mia presentazione. Stupende le voci dei cantori Rossana e Paolo. Un fatto veramente insolito per me è stato il pubblico: interessato, preparato, paziente e ottimo ascoltatore. Nessuno ha lasciato l'Orto prima della fine della manifestazione. Dopo due intense giornate tra presentazione e organizzazione di altre, sono tornata a casa stanchissima, ma contenta. Nelle orecchie ancora i passanti che di notte sotto il mio balcone tiravano le valigie facendo un frastuono infernale. Quel rumore di rotelle, che rotolavano sulle lastre di basalto, mi metteva ansia anche solo a pensarci, per darmi l’idea della partenza, e non amo le partenze. E che dire della corsa per andare a Cinema col film "Il tuo ultimo sguardo" di Sean Penn con Charlize Theron e Janvier Bardem e trovarci in sala alle 20.00 incollate alle poltrone per le scene cruente e forti del film. Ma Firenze è diventata la mia città dopo Napoli, dove giungo spesso per presentare i miei libri. Firenze val bene una presentazione.(Parigi val bene una messa, frase di Enrico IV di Navarra pronunciata quando dovette convertirsi al cristianesimo, lui che era protestante, per accedere al trono, per dire che ne valeva la pena.)

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