La domenica mattina, a casa mia, se cucino qualcosa di speciale, come oggi i ravioli, mia figlia si presenta a riprendere fase per fase, cosa che nemmeno a Master Chef accade.
Entra in cucina con lo sguardo di chi ha una missione. Osserva attentamente tra le pentole e sceglie posizioni, primi piani, cosa riprendere, tutto in modo preciso e accurato. Non chiede se serve aiuto, non assaggia, non commenta. Riprende. Io impasto in silenzio, consapevole che ogni gesto potrebbe finire online e venire giudicato da sconosciuti che, fino a cinque minuti prima, ignoravano l’esistenza dei miei ravioli.
Mia nonna diceva che con i figli si ha la casa bucata. Nel mio caso, bucata, violata e trasmessa in diretta. La mia cucina è ormai uno spazio pubblico, il menù domenicale un fatto di cronaca, oggetto di discussione più del meteo.
A quel punto ho capito che resistere era inutile. Se devo essere esposta, allora pretendo trasparenza con un servizio alla chef, per far capire il lavoro che ci vuole prima che il piatto arrivi a tavola.
Dalla prossima domenica, quindi, cambierà tutto. Cucinerò come se ci fosse un pubblico pagante. Postura dritta, movimenti lenti, niente assaggi fuori campo, vestita da star, con grembiule elegante, perché ormai non preparo più il pranzo per la famiglia: preparo materiale editoriale.
Alla fine mia figlia voleva rassicurami, poiché, tutto sommato, il video resta solo ventiquattro ore per essere visionato e poi scompare.
"Sì, giusto il tempo di far sapere a mezzo mondo quello che ho mangiato!"
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