Quando andarsene non basta: il bisogno di essere viste

 




Stamattina, leggendo distrattamente tra giornali online e raccolte di citazioni, mi sono imbattuta in una frase che mi ha fermata:
“Non lascio mio marito perché cadrei in un altro padrone, e invece voglio qualcuno che mi veda davvero”. Non è solo una frase. È una diagnosi.

Dentro c’è un’intera esperienza femminile che raramente viene detta con questa chiarezza: il timore che cambiare uomo non significhi cambiare destino, ma semplicemente sostituire una forma di dominio con un’altra.

A rendere questa intuizione ancora più disturbante è stato il contatto, quasi immediato, con parole di autori che la cultura ha a lungo legittimato.
Carlo Goldoni scriveva: “Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l’uomo una infermità insopportabile.” E in ambito pseudo-scientifico, Paul Julius Möbius sosteneva: “Ogni progresso è opera dell’uomo.”

Non sono solo frasi isolate. Sono frammenti di una visione del mondo che ha attraversato i secoli, contribuendo a costruire un immaginario in cui la donna è secondaria, problematica, o da contenere.

A questo punto, una domanda diventa inevitabile: perché si parla così tanto delle donne e così poco della loro esperienza reale?
Viene il sospetto che l’eccesso di discorso sia, in fondo, una forma di elusione.

Perché la frase iniziale non è teorica. È concreta, quotidiana, vissuta.

Come fa una donna che non è mai stata “vista”, non nel senso estetico, ma umano, a immaginare un’alternativa credibile?
Lasciare una relazione del genere non appare come una liberazione, ma come un rischio: quello di ritrovarsi nello stesso schema, con un volto diverso.

Il problema non è solo l’uomo che si lascia. È l’idea, lentamente interiorizzata, che tutti gli uomini possano essere così.

Ed è qui che il discorso si complica davvero. Perché non si tratta di debolezza individuale, ma di una rete di fattori concreti: dipendenza economica, responsabilità familiari, isolamento, pressione sociale, paura della solitudine.
Condizioni che rendono ogni cambiamento non solo difficile, ma potenzialmente pericoloso.

In questo contesto, la paura di “cadere in un altro padrone” non è paranoia. È un’ipotesi realistica.

E tuttavia, fermarsi qui significherebbe accettare una visione deterministica. Non è così.

Molte donne interrompono questi schemi. Ma non lo fanno per caso: lo fanno quando qualcosa cambia, dentro e fuori. Quando si crea uno spazio economico, relazionale, psicologico che rende il cambiamento praticabile. Il punto, allora, non è semplicemente andarsene o restare ma capire.

Capire come si è arrivati lì. Quali modelli si sono interiorizzati. Quali segnali sono stati ignorati. Quali bisogni hanno trovato risposte distorte. Questo lavoro non è accessorio. È ciò che impedisce la ripetizione.

Perché senza questa consapevolezza, il rischio non è solo restare. È scegliere di nuovo lo stesso tipo di relazione, con forme diverse ma dinamiche identiche.

E intanto, il cambiamento segue un percorso meno visibile di quanto si immagini.
Non sempre è un gesto radicale. Spesso è un processo silenzioso: confini che si ridefiniscono, spazi che si recuperano, autonomia che si costruisce lentamente.

Dall’esterno può sembrare immobilità. In realtà è preparazione. Perché il vero punto non è solo trovare qualcuno che “veda davvero”. È diventare, prima di tutto, qualcuno che non accetta più di essere invisibile. Ed è da lì che, forse, il cambiamento smette di essere un rischio e comincia a diventare una possibilità reale.

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