"Pronto, ci sei?"

 


Il ragazzino, seduto sugli scogli del lungomare, che chiama i Carabinieri per segnalare il suo malessere, rappresenta un chiaro esempio di quanto, talvolta, si abbia bisogno di aiuto senza sapere a chi rivolgersi. La buona educazione insegna che non tutti meritano di conoscere i propri problemi, e che spesso essi non interessano a nessuno. Si desidera, invece, condividere il dolore, la paura, il buio momentaneo che si attraversa. C’è chi lo confida a un amico, chi all’IA, e chi, invece, si rivolge al pronto intervento.

Carabinieri e Polizia sono abituati all’azione, a intervenire con rapidità e fermezza. Nessuno si aspetta da loro un sostegno psicologico. Eppure, a volte, accade anche questo. Il ragazzino chiama e racconta il proprio disagio; il carabiniere percepisce di trovarsi davanti a un caso delicato, che richiede calma, tatto e determinazione. Subentra allora un sentimento paterno, un intervento preciso, quasi chirurgico, che si manifesta nel dialogo attento e nella volontà di comprendere e aiutare. Il ragazzino riceve parole che rispondono esattamente alla sua richiesta, forse quelle di cui aveva più bisogno: la voce giusta e l’intervento adeguato nel momento di maggiore vulnerabilità. Anche qui, un’azione decisa si trasforma in sensibilità, empatia, ascolto e supporto concreto.

Quanti ragazzi necessitano di un aiuto di questo tipo senza sapere a chi rivolgersi? Chiamare il pronto intervento, da parte di un giovane, è un gesto che rivela esasperazione, ma anche una speranza inattesa. Quanti avrebbero avuto il coraggio di farlo? Il coraggio del ragazzino risiede proprio nell’aver chiesto aiuto a professionisti, consapevole che dall’altra parte ci sarebbe stato qualcuno pronto ad accoglierlo. Se avesse rivolto la stessa richiesta a un amico, forse sarebbe stato deriso o ignorato; i genitori, come spesso accade, si sarebbero probabilmente arrabbiati. Si dice spesso che le persone più vicine siano talvolta le meno adatte a dirimere questioni importanti, e, talvolta, le ultime a comprenderle.

In questi casi non vi è spazio per recriminare, ma solo per rassicurare, ascoltare ed essere presenti. A volte manca il calore di una voce che ci parli davvero, di qualcuno che ci veda, ci ascolti e ci accompagni in un dialogo sincero, lontano dalla freddezza di una tecnologia che rischia di diventare l’alienazione del nostro tempo.

Abbiamo ancora bisogno di esseri umani con cui confrontarci, manifestarci e raccontarci: qualcuno che condivida le nostre emozioni, che reagisca ai nostri racconti, alle nostre storie e ai nostri vissuti. L’emozione ci restituisce la percezione che l’altro comprenda ciò che proviamo e che non siamo soli nell’interpretare certe esperienze.

A volte desideriamo soltanto sapere che qualcuno c’è e ci sarà sempre, che non saremo soli. Per quanto siamo connessi all’impossibile, ciò che più ci spaventa è la solitudine, l’abbandono, il timore di non esserci per chi amiamo e di non essere compresi fino in fondo. E sentiamo la necessità di verificarlo, specchiandoci negli altri, come se volessimo comprendere se la realtà esterna corrisponda davvero a ciò che viviamo interiormente.

La fragilità dei ragazzi non deriva necessariamente da problemi gravi: può nascere da una fase della crescita, da un disagio momentaneo, dal carattere o da paure sopraggiunte in seguito a un evento. I ragazzi vanno accompagnati nel loro percorso di maturazione, e il modo migliore per farlo è restare al loro fianco, parlare con loro, ascoltarli, aiutarli a elaborare ciò che da soli non riescono a comprendere. Altre volte basta semplicemente esserci: confortarli, stare loro vicino, offrire una presenza fidata su cui poter contare, qualcuno che, pur non comprendendo tutto, si impegni sinceramente a farlo, imparando insieme ciò che ancora non è chiaro.

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