In un mondo preconfezionato, dove ogni bisogno ha già una risposta pronta, resta ancora spazio per le emozioni?
Quelle vere, imprevedibili. Quelle che accendono una scintilla e ci ricordano che siamo umani, che qualcosa accade mentre viviamo, e che non tutto può essere calcolato.
Esistono parole che un tempo tracciavano questo percorso interiore e che oggi sembrano finite nel libro nero dell’obsolescenza: timore, paura, presentimento.
Parole scomode. Perché oggi dobbiamo essere forti, resilienti, performanti, propositivi. E allora come si fa ad ammettere la paura?
Eppure di cose che fanno paura ce ne sono ancora: la malattia, la perdita, l’abbandono, la mancanza di benessere. Ma fingiamo di essere “oltre”. Non guardarle equivale a farle sparire. O almeno così crediamo.
Ci sono poi le emozioni “concesse”. L’innamoramento, per esempio: quel frullio di farfalle nello stomaco che ci solleva da terra. Ma solo se è leggero, veloce, intercambiabile. L’amore profondo, costruito, paziente, sembra fuori moda. Al suo posto indossiamo maschere: un Carnevale permanente.
Le relazioni durano il tempo di una stagione, a volte meno di un cambio d’abito. Non si parla più di costruire un rapporto — parole che Ivano Fossati cantava come un atto di resistenza — ma di frequentarsi.
Frequentarsi: parola ambigua. Significa condividere un caffè, una cena, una passeggiata. Nulla più. Se chiedi al “frequentante” come porta i capelli la persona che ha accanto, forse non lo sa. Non sa cosa sogna, cosa teme, cosa ama. Frequentarsi oggi significa uscire. Il resto è superfluo.
E pensare che l’amor cortese, con tutte le sue finzioni, aveva almeno un codice: c’era attesa, desiderio, tremore. Le farfalle volavano davvero. Oggi non hanno nemmeno lo spazio per spiegare le ali.
Poi c’è la tristezza. Bandita. Evitata come se fosse contagiosa. Eppure è un’emozione necessaria: ci rende attenti, ci indica ciò che manca, ci ammonisce quando superiamo una soglia. È una pausa obbligata, un rallentamento che permette di capirsi.
Ma oggi i tristi hanno vita dura. Non devono disturbare. Devono guarire in fretta.
Giordano Bruno scriveva: In tristitia hilaris, in hilaritate tristis. Chi non attraversa la tristezza non conoscerà mai la felicità. Le due cose sono inseparabili, facce della stessa medaglia.
E la felicità? Un’altra parola abusata. La pronunciamo come fosse uno stato permanente, un dovere. In realtà è un istante che arriva dopo una conquista, una consapevolezza, una riconciliazione con sé stessi.
La inseguiamo con tale accanimento da non riconoscerla più quando arriva. Forse servirebbe davvero un "felicimetro". Ma la felicità non si misura: accade. Spesso in silenzio, mentre smettiamo di pretendere.
La vergogna, invece, è quasi estinta. Qualunque gesto trova una giustificazione. Non ci fermiamo più a interrogarci. Se danneggio qualcuno ma ne ricavo vantaggio, non provo vergogna: mi sento furbo. Scambiamo l’ombra per luce, l’astuzia per successo, il diabolico per angelico.
E poi la noia, sovrana incontrastata. Non come vuoto fertile, ma come anestesia. Le emozioni sembrano roba da ingenui, da chi crede ancora nelle fate, nei miracoli.
Manipolazione e tecnologia lavorano insieme per azzerarle: spengono le spie interiori che ci indicavano fame, desiderio, paura, mancanza. Una pillola abbassa la pressione e insieme smorza la gioia. Il desiderio muore nell’abbondanza; la passione nel tutto e subito; la gratitudine nel credere che tutto sia dovuto; la nostalgia nell’azzeramento del passato; la speranza nel cinismo reiterato.
Cosa resta? Invidia, gelosia, disprezzo, orgoglio. Emozioni primitive, rumorose, distruttive. Quelle sì, sopravvivono.
Un tempo bastava poco per emozionarsi: un fiore, un sorriso, una parola gentile, un abbraccio. Oggi anche la voce è diventata metallica, calibrata, adatta agli assistenti vocali. Non siamo più abituati al calore, alla familiarità, alla dolcezza. Tutto deve essere funzionale, misurabile, standardizzato.
Eppure una via c’è: non rifiutare la tecnologia, ma umanizzarla. Rimettere al centro ciò che non si può programmare: la fragilità, l’attesa, il silenzio, l’emozione. Perché senza tutto questo non diventiamo più efficienti, diventiamo solo meno umani.
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