La tazza di tè di mia madre



L’altro giorno, a letto con la febbre, ho visto mia madre arrivare con una tazza di tè e limone tra le mani. Girava intorno al letto come se il percorso fosse lungo, come se quel gesto avesse bisogno di tempo. È durato un istante. Eppure non era arrivata da sola. L’avevo chiamata io. Non con la voce. Con il pensiero.

Basta poco, a volte: una riflessione, il ritorno improvviso a stagioni più piene e rumorose della vita, perché una madre si faccia presente. Le madri fanno rumore anche quando non parlano. Tutti conosciamo le loro raccomandazioni, sempre uguali, sempre insistenti, come un ritornello che non smette. Anche la mia era così, quando era in vita.

Accade soprattutto quando la vita si dirada, quando restano spazi vuoti e silenzi più lunghi di quelli a cui eravamo abituati. Allora si cercano le cose che si sono avute. Le cure, per esempio. E succede quasi sempre nei momenti di fragilità: una febbre, un malessere, una tristezza che non sa dire il suo nome.

La tazza fumava, carica di limone, e lei la presentava come fosse un dono prezioso. Intanto parlava, girandomi attorno:
«Tu non mi ascolti. Esci con questo freddo senza un collo alto, con quella chioma di Berenice che per asciugarla servono sette soli, e poi ti ammali. Bevi il tè, che ti scalda.»

Quelle parole mi hanno scaldato davvero. Con lei non c’era bisogno di spiegarsi: bastava esserci. Ti leggeva addosso, e la diagnosi era sempre doppia: del corpo e dell’anima. Ho trattenuto quella tazza più del necessario, quasi temendo che finisse troppo presto. Volevo che durasse.

Ma una madre non si ferma mai a un solo gesto. Poco dopo è tornata con le pezze di lana scaldate sulla stufa. Le ha appoggiate sul petto, lì dove, diceva, si annodano le cose. E il respiro si è aperto davvero. Poi è arrivata la borsa dell’acqua calda per i piedi: le estremità vanno tenute calde, ripeteva sempre, come se fosse una legge del mondo. Io l’ho lasciata fare.

Poi ho pensato che oggi, se fosse davvero qui, tutto questo sarebbe considerato superfluo. Oggi basta una compressa, l’aria condizionata, l’acqua bollente della macchina del caffè per una bustina di tè frettolosa. Tutto più rapido, tutto più efficiente. Eppure privo di attesa.

Perché senza preparazione, senza cura, le cose perdono senso. L’intenzione ha bisogno di tempo per diventare gesto. E il tempo è la forma più rara dell’amore. Poche persone sono disposte a donarci il loro. Basterebbe questo per riconoscerle.

Per tutto il pomeriggio mi sono riscaldata con quella tazza di tè arrivata da lontano. Era bastata una domanda, affiorata all’improvviso:
Che cosa faresti adesso, se fossi qui con me?

L’immaginazione ha un potere antico. In un lampo ho avuto mia madre, con i suoi rituali da malattia e il suo modo asciutto di prendersi cura. E in fondo desideravo anche che mi rimproverasse, che mi ricordasse che continuo a dimenticare di proteggermi.

Lo ha fatto a modo suo: senza carezze inutili, senza indulgenze. Ha rovistato tra i pensieri, cercando il motivo della mia solitudine. Ha parlato degli altri, aspettando che dicessi qualcosa. Ma sono rimasta in silenzio. Allora se n’è andata, brontolando, concludendo che avevo solo un po’ di febbre e che la stavo facendo tragica.

Quando è scomparsa, mi sono chiesta chi l’avesse chiamata. Non cambia mai.

Ma quella tazza di tè mi ha rimessa al mondo meglio di qualsiasi medicina.

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