Dialogo con un luogo dell'anima



In una giornata inaspettatamente piovosa, l’altro giorno, sotto un cielo chiuso da nuvoloni bluastri e una tromba d’aria in lontananza, sono scesa a Seiano a passeggiare lungo il mare con la mia amica. Mi sembrava di vedere quel luogo per la prima volta. Mi guardavo intorno: non c’era anima viva, solo il ticchettio della pioggia, qualche auto di passaggio e tre turisti raccolti sotto una tettoia. Sembrava che il posto mi stesse aspettando.

Il silenzio, attutito dall’acqua che lentamente si posava al suolo, rendeva ogni cosa diversa, quasi nuova. Mi chiedevo se conosciamo mai davvero un luogo, così come forse non conosciamo mai del tutto una persona. E intanto osservavo la banchina, l’ingresso della spiaggia, le barche attraccate, come se custodissero ancora una traccia del mio passaggio.

Cercavo un segno che confermasse il legame che sento con questo posto, uno di quei luoghi dell’anima che finiscono per appartenerci quanto noi apparteniamo a loro.

Passeggiando interrogavo la sabbia, chiedendole se ricordasse i miei bagni da bambina; la strada, le mie discese a piedi; gli ombrelloni chiusi, le estati trascorse lì; le barche, le volte in cui scendevo tra loro per allontanarmi dal porto. C’era nostalgia in quei pensieri, ma anche un’attesa silenziosa, come se il luogo potesse davvero rispondermi.

Mentre scattavo fotografie, alla fine mi sono voltata verso il costone di punta Scutolo per fare un ultimo scatto. “Quello è come un sigillo”, ho detto, “su tutto ciò che vedi quaggiù”.

Quante fotografie avrò scattato nel tempo a questo luogo. Eppure ogni volta è come se tentassimo di trattenerne qualcosa, di salvare un frammento destinato a sfuggire.

La pioggia rendeva la strada silenziosa, il parcheggio vuoto, i bar quasi nascosti nel loro ritiro, il mare solitario. Al passaggio di qualche gabbiano mi sembrava di vedere l’unica presenza viva nei paraggi e lo seguivo con lo sguardo.

Gli anni passano, i luoghi cambiano e con loro cambiamo noi. Li osserviamo sempre con occhi nuovi, sovrapponendo ciò che erano a ciò che sono diventati. Quando nella mente riaffiorano le vecchie strutture, le persone che non ci sono più, i fatti che il tempo non cancella, allora mi sembra che il luogo continui a custodire qualcosa di noi, anche se in una forma che non sappiamo riconoscere fino in fondo.

Perfino le nuvole blu, cariche di elettricità, sembravano partecipare a questa mia esigenza di capire quanto io appartenessi ancora a quel paesaggio e quanto quel paesaggio appartenesse a me.

Non posso dire che mi accolga. Posso però dire quanto bisogno abbia di lui.

E mi domando cosa mi abbia dato di tanto importante da rendermi così affettuosa nei suoi confronti, nonostante io sia anche critica verso ciò che è diventato. L’ho pensato soprattutto quando sono arrivata davanti al cancello scorrevole che immette sulla spiaggia del Pezzolo. Il cancello, col suo cartello, soffoca il ricordo di una spiaggia libera, aperta a tutti. Lì non è matrigna la natura, ma l’uomo.

Guardandomi intorno non mi sento più nel mio luogo, ma in un tratto di costa destinato lentamente a perdersi. Come si può impedire a qualcuno di andarci alle undici di sera, quando un cartello stabilisce la chiusura alle venti?

Può un cancello definire la libertà di andare incontro ai propri ricordi, di attraversare una spiaggia senza oppressione, di rifare passi appartenuti a un’altra stagione della vita? Chi decide certe chiusure non ha mai conosciuto davvero quella forma assoluta di libertà che si prova da bambini. Perché chi l’ha vissuta difficilmente sente il bisogno di sottrarla agli altri.

La smania di possesso finisce per inglobare anche i ricordi, i bei tempi, la storia personale di ciascuno. Eppure un luogo esiste anche attraverso chi lo vive e il rapporto costruito nel tempo con esso. Non è mai una storia individuale, ma collettiva: appartiene a tutti quelli che quel posto lo hanno amato, attraversato ed eletto a simbolo della propria memoria.

E come in tutte le relazioni, l’amore da solo non basta: servono fermezza e coraggio.

Tornando verso il parcheggio, per la prima volta ho sentito quel luogo ostile. Non lo riconosco più. È diventato impersonale, senza volto né storia, quasi soltanto un’immagine che richiama ciò che è stato. Ogni centimetro sembra requisito, espropriato, svuotato. E sebbene la sua bellezza continui a mostrare qualcosa che altrove non troveremo mai, ha perso fascino nel cuore di chi lo ama da sempre.

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