Verde bosco

 "Col verde ogni donna ci perde", ma le mode cambiano, così come le idee e adesso è il colore che guida le collezioni. Da cosa sarà stato ispirato? Dagli alberi, dall'erba? O proprio dal bosco? Anche Agnese Landini, moglie del Premier, lo ha indossato per il ricevimento alla Casa Bianca. Sarà nostalgia del verde, sempre più depauperato nel mondo, che ispira gli stilisti a coprire le donne con un bosco? O forse è un tornare ai colori della terra, della natura, della vita all'aria aperta? Quanti verdi, quante sfumature e poi per quale motivo reputarlo un colore minore? Sarà per il fatto che è un colore secondario, formato dal blu e dal giallo, che lo rende meno prezioso degli altri, o forse un colore mimetico che non definisce ma un po' confonde, ad averlo lasciato  di nicchia per tanto tempo. Ma adesso è un trionfo di tonalità dal verde chiaro al senape passando per tutti i suoi mezzi toni. Eppure il verde bosco è un colore deciso, snellente, un colore freddo...

Un colore carico di terra. Ricorda anche tante storie, letarghi, freddi, umidità, ombre e buio. Nel verde  bosco si nasconde la vita dei suoi abitanti, di tutte le creature che vi trovano riparo, di forza, dando la sensazione di coprirsi di natura. E' un colore da indossare, provare, sicuramente gli si riconoscerà un aspetto che non sapevamo, un tappeto di verde che ci copre dandoci l'illusione della rinascita, della crescita, dell'andare avanti nella vita. C'è una storia di noi che può essere raccontata dai nostri abiti e dai loro colori. Ci sono quelli cui siamo molto affezionati per quanto ci donano quando li indossiamo e poi quelli che ci piacciono per comodità e quelli, ancora, che con le loro fantasie hanno dato vita a sogni e passioni. Il verde mi ricorda l'infanzia, assieme ai rosso porpora e gli amaranti, colori pieni con cui mi coprivo come una principessa. Anch'io avevo il mio colore verde bosco: un cappottino, in cui mi sentivo a mio agio e che ben mi rappresentava. E' stato "il cappottino", con bottoni dello stesso colore a ricordarmi  un'età, un'epoca, un pezzo di vita. Quando mi vestivano, mi appoggiavo su qualche sedia e, nell'attesa, accarezzavo i bordi del cappotto, ne passavo il contorno e mi piaceva vedermi come un prato. Poi è stata la volta di camicie con nastri e i pullover e gli abiti della mia adolescenza. Il verde bosco sapeva d'autunno, di cambio di temperature, con tante sfumature rinfrescanti, a volte anche calde tonalità che mi ammantavano facendomi sentire un tappeto sotto gli alberi.Vestirci con i colori delle stagioni è un modo per essere in sintonia con la natura. E quando ho visto il colore verde bosco della signora Renzi, l'ho trovata deliziosa, fanciullesca, una bambina. Il pizzo acquistava ancora più bellezza e mi sono rivista con tutti  miei abiti verde bosco!

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Un paio di francesine

L'altro giorno ho comprato delle scarpe, francesine, nere, belle, lucide, soprattutto comode. Le ho misurate con le calze nere sotto i pantaloni e stavano una meraviglia! Mi guardavo nello specchio del negozio seguita dalla commessa con fare gentile e rilassata, visto che ero convinta ad acquistarle e non c'era da perdere tempo con me. Poi mi sono seduta e le ammiravo: che belle, con le stringhe, femminili anche se basse. Ma quando mi sono soffermata sui decori, quei forellini che danno forma a un disegno ben definito, quasi standard, nella mia mente è passato un ricordo. E' stato un attimo, ma è arrivato in tutta la sua forza.
Ero dalle suore, bambina, appena 5 anni, con mia sorella, più piccola di me. Avevo le stesse scarpe sotto la tenuta da college fatta di gonna a pieghe, camicia bianca e pullover. Tutti avevamo la stessa divisa. Mi piaceva quel completo, sapeva di scuola ed io ho sempre amato la scuola, l'aria che si respirava, i quaderni, i colori, le matite, lo scrivere, temperare, tutto ciò che si faceva a scuola era per me irresistibile. In quella scuola c'erano tre gradi: infanzia, elementari e medie. Lì mi conoscevano tutti per avere una sorellina al seguito, ma ancor di più per saper scrivere e disegnare anche se non ancora in prima. Questo fatto attirò molta attenzione e non c'era giorno che qualcuna non mi facesse un verso seccata da quello che si diceva di me. D'altra parte ero sempre impegnata e occupata a controllare mia sorella, preservarla da ogni pericolo. Un giorno le ragazze delle medie avevano in braccio mia sorella ed io dietro di loro preoccupata. Camminavo con la mia scatola di colori in mano e un quaderno pregavo la ragazza che la portava in braccio di lasciarla. Loro continuavano a lanciarla in aria ed io ad avere paura. Mi sentivo molto responsabile ed ero quasi una formichina a confronto di tutte loro. Poi accadde che una suora passando strillò a squarciagola di metterla giù subito e così la appoggiarono al suolo. Mia sorella aveva appena un anno e mezzo e cadde sul pavimento spaventata, le ragazze corsero via nella loro aula. La presi per mano e mentre mi avviavo verso la nostra stanza, una bambina mi si pose davanti e ricordo a questo punto le sue scarpe uguali a quelle comprate e quelle che avevo allora. Fu la prima volta che notai le mie scarpe e quanto fossero maschili. Non mi piacevano, le odiavo con tutta me stessa anche perchè avevano un rinforzo di ferro davanti che le faceva sembrare dei carri armati. Quando alzavo il piede era una fatica riappoggiarlo a terra. Lei mi diede uno schiaffo così forte che istintivamente le diedi l'unico calcio che avessi mai dato in vita mia. Fu così forte che le lasciai quasi un buco all'altezza della caviglia. Quello che accadde dopo fu veramente assurdo. Fui punita mentre lei fu portata via da una suora senza proferir parola. Tornai nella stanza senza pranzo, da sola e spaventata, visto che non ci fu alcuna spiegazione di quanto accaduto, solo un castigo, per me. Mia sorella ed io  restammo nella camera fino all'arrivo di mia madre. Le spiegai l'accaduto e lei rimase basita. Chiese spiegazioni alle suore ma furono approssimative. E quando il giorno dopo arrivò a scuola tutta la famiglia della bambina a cui avevo dato il calcio a perorare la causa della piccola, io mi presentai giù con la mia valigia di cartone piena di cose, pronta per uscire e mi misi ad aspettare i miei con mia sorella. La suora, che non sapeva che me ne andassi, mi disse che la bambina mi scusava e che potevo restare! Inaudito. Andai via senza salutare. Di quel periodo ricordo solo questo episodio rimasto indelebile nella mia mente e che non pensavo più da una vita fino a quando ho misurato le francesine. La commessa a tratti mi vedeva confusa e assorta, ma io mentre guardavo le scarpe, rivedevo quelle scene e pensavo come certi vissuti non vanno mai via e vengono ripresi come un film per qualche interferenza della vita attuale. Le scarpe, che tra l'altro non avrei mai immaginato di comprare proprio per questo motivo,  mi hanno riportato così lontano coi ricordi. A rivedere quello che accadde ho potuto constatare che la bambina venne a difendere sua sorella a cui io tiravo la gonna per avere mia sorella in braccio facendola saltare in aria  mentre  tremavo di paura. Ritornammo con i miei genitori a scuola per prendere degli abiti  che avevamo lasciato. In quell'occasione la madre superiora si scusò dell'accaduto e notai che la bambina, alla quale avevo quasi azzoppato un piede, aveva un livido esteso per la caviglia e come un buco al posto dove avevo colpito. La guardai dispiaciuta e visto che nei suoi occhi non c'era più quella veemenza che le avevo riscontrato quando mi aveva dato lo schiaffo, le andai a chiedere scusa. Le toccai la spalla timorosa credendo che me ne desse un altro, ma  contrariamente a quello che pensai, lei mi diede un bacio sulla guancia dicendomi di restare e non andare via. Finimmo per fare una gran confusione. Mentre i nostri genitori discutevano sull'accaduto, noi finimmo insieme a giocare nella stanza della superiora. Poi ricordo che andammo via e ritornai il lunedì successivo con la mia valigia di cartone...e fu una festa! Ai piedi sempre le mie francesine, questa volta la suora tolse la parte di ferro a noi piccole rendendole meno pericolose. D'altra parte erano enormi quelle scarpe per noi. Qualche settimana dopo arrivarono le scarpe di vernice più leggere per noi piccole. Non accadde mai più una cosa del genere. Che ricordi!

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L'estate affettiva





Le mie estati da ragazza erano formidabili, c'era quell'incoscienza che ti faceva godere le cose. Un'ora al mare, un panino con gli amici o le sorelle, al sole per ore a bruciare, a leggere, a guardare il cielo, a pensare, ad ascoltare le canzoni al jukebox, era il massimo. Qualche volta scappava il bagno notturno, la scampagnata in montagna, le uscite non previste con gli amici. Poi si cresce e le nostre estati cambiano. Lentamente diradiamo il mare, un po' ci fa male il sole, un po' non resistiamo e poi abbiamo da fare. Ci sono gli impegni, il lavoro, la famiglia, e così le incombenze e le responsabilità ci fanno apprezzare di più la vita spensierata di un tempo quando agivamo solo per il piacere di fare. E ci sono i figli che invadono la casa, che non ci lasciano pensare, le faccende che si accumulano, le provviste da fare. Ma non cambia lo spirito estivo, quello di credere di avere tanto tempo a disposizione, di poter fare quello che amiamo di più. E avere anche tanto tempo per amare. Ma non è così. La stagione non si concilia bene con l'amore, quello vero, quello della famiglia, dei figli. Quanti figli di separati devono dividersi la vacanza, i momenti, le ore con i genitori. Spesso diventano pesi per non poter condividere tutto insieme. Bambini che per una settimana stanno con mamma e un'altra con papà. Genitori anziani che vengono visitati dopo la vacanza fuori, dopo il campeggio, dopo il viaggio. E come ultimo strascico magari la visita di cortesia visto che il tempo si è assottigliato. Coppie che credono di ritrovarsi e invece scoppiano in seguito a ritmi e stili di vita cambiati. Amici che non riescono a rivedersi per la lontananza e vivono di ricordi di passate estati, in attesa che un altro anno passi velocemente. Ed è in questo tempo che si conosce il distacco, la separazione come fatto che divide. Ed è così che passa troppo velocemente la vita per coloro che attendono affetto. E ancora i figli che vivono lontano, che arrivano e non vorrebbero andare più via. L'estate sembra la stagione del distacco, del vivere tutto subito. Il tempo scappa e proprio come quando il sole con la sua luce tutto illumina  e brucia, anche questa stagione si consuma brevemente. L'affetto non va cercato in una stagione, ma deve viversi sempre. Chi lascia all'estate le possibilità di una vita o quello che non riesce a progettare nel resto dell'anno, non lo otterrà in questo periodo. L'affetto non ha stagione, nè metodo, nè misure, è un'espansione del cuore che accade sempre e dobbiamo imparare a cogliere i suoi richiami, a rispondergli in ogni tempo, a essere presente ogni volta che invoca.
L'estate è la stagione in cui tutto risalta, illumina e i nostri sentimenti escono allo scoperto, hanno più luce, più sole, più voglia di incontrarsi. E se è vero che è la stagione delle vacanze, dello spazio vuoto da riempire di cose piacevoli, è anche vero che tra queste cose non dovremmo far mancare l'affetto.


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Non dare mai niente per scontato


Mi diverte andare a mare con mio padre in barca. E' da tanto che in estate non vado fuori in vacanza come una volta, mi piace stare qui, dalle mie parti. E mi piace ancor di più andare in barca con papà. Siamo così in sintonia che nessuno potrebbe capire il nostro ritmo. Non andiamo tutti i giorni, il mare stanca, ma quando stiamo insieme in barca, non abbiamo fretta, ci prendiamo tutto il tempo che vogliamo. Mio padre è paziente, non dice mai di dovermi affrettare e so che mi aspetterebbe all'infinito. A volte faccio tardi prima di arrivare al porto, ma lui mai una parola di rimprovero. Mi aspetta sereno, con calma. Sa che prima di partire devo preparare la famiglia. Appena arrivo comincia ad allentare le gomene della barca per la partenza e poi finalmente andiamo. Non so cosa farei adesso se non ci fosse lui con me.
 Sono diversi anni che navighiamo d'estate io e lui per il nostro mare. A volte do per scontato tutto questo, ma so che è un privilegio, avere mio padre che mi asseconda, mi aspetta, non dice mai di no ad ogni mia richiesta e oggi pensavo che questo è per me come un regalo. A volte siamo così abituati alle cose che abbiamo che non ci facciamo più caso. Sono fortunata ad andare con lui, mi porta in giro per la costa, mi racconta fatti, si confronta con me, manifesta i suoi sentimenti, si interessa di me. Prima non ci facevo caso, ero anche esigente e mi arrabbiavo quando non riuscivo a fare quello che avevo in testa. Adesso ho imparato ad apprezzare le cose, a capire quanto valgono. Mi piace molto più oggi la mia estate che una volta, quando partivamo per luoghi rinomati con i figli al seguito e tornavamo anche dopo un mese, a volte anche scontenti. Oggi sono contenta, di fare la vacanza del cuore, di non lasciare il mio mare e mio padre, di vedere tutti i giorni la costa e navigarla in lungo e in largo. Oggi avevo detto di voler andare a Capri, ma poi subito pentita. Mio padre mi ha preso alla lettera. Ci siamo fermati a Sorrento per fare la nafta e subito partiti. Vento contro,  pian piano ci siamo avvicinati all'isola. Avere un capitano solo per me è un privilegio. La sua flemma, la sua sicurezza mentre io sono sempre spaventata da tante cose, mi fa bene, mi rasserena. Nessuno mi mette serenità come mio padre, con lui mi sento sicura, sull'onda delle stesse emozioni, complici, veloci nel pensiero contrariamente alla tranquillità che abbiamo. Mi sono abituata a questo ritmo che mi piace. L'estate per me è correre a mare con lui, nelle nostre lunghe traversate, per i luoghi che amiamo e con le nostre  chiacchierate che sanno di tanti discorsi. Ma come quando siamo troppo felici, poi vengono le paure e temo quando tutto questo non lo avrò più. Lui è fatalista, non fa problemi di  nulla, io invece penso continuamente, vorrei certezze che non ci sono, o che non abbiamo, nessuno, e allora ho imparato ad amare il giorno, l'ora, i minuti. E così faccio finta che sarà sempre così, all'infinito. Tutti vogliamo l'eternità quando quello che abbiamo è proprio quello che vogliamo. Ma a volte l'infinito è racchiuso proprio nella bellezza di certi momenti che sembrano eterni per quanto sono meravigliosi. E così, quando arrivo in barca tutta trafelata, sudata, con borse  e roba varia al seguito e mio padre, sereno, mi sorride, io mi sento beata. E poi quando tra tutte le cose da posare e sistemare prima di partire, mi chiede il caffè, io sorrido e anche lui a ruota. Ecco, questi sono momenti impagabili, che vorrei fermare. Ma so che sono già bloccati per sempre nella mia mente. E poi quando finalmente parte e cominciamo a tirare un sospiro di sollievo per avercela fatta, non penso più a niente. Solo che in quel momento sono il mozzo di bordo al seguito del mio comandante. Non do mai niente per scontato, questo è il mio motto di sempre.

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La cicale

Oggi, con la barca, siamo giunti in una rada, dove c'era di fronte la montagna, sulla sinistra la roccia ricca di vegetazione e in alto una casa a picco sul mare. Sul davanti tanti fichi d'india che si distendevano lungo tutta la parete. Le foglie erano riverse nell'acqua del mare come se si fossero volute specchiare ai loro piedi. Abbiamo ancorato e fatto un bagno. Subito dopo, ci siamo asciugati  e l'uno di fronte all'altra, mentre un venticello ci asciugava e le onde ci ricordavano i colori del mare, ci siamo dati a discorsi interessanti e un po' insoliti per la barca e per l'aria di vacanza. Di solito si scherza, si ride, si fa ironia...Oggi no, siamo partiti alla grande con argomenti molto difficili anche da completare. Si è cominciato per caso, con un discorso sul tempo di mio padre, niente male, quando ha affermato che la vita è carogna, ti rende perfetto quando il tempo ti toglie la salute. E non gli si poteva dare torto!
"Anche l'amore, mi diceva, quando sei giovane è uno scimmiottare, non capisci nulla, c'è tanto egoismo, c'è competizione, ti senti un leone. Poi col tempo capisci quello che hai fatto, quello che hai sbagliato, dove sei stato uno stupido...e tutti questi maltrattamenti alle donne... Se gli uomini capissero il male che fanno  alle donne, si castrerebbero da soli!" Io non sapevo di capire o meno. Non sapevo se approfondire o far finta di non aver sentito, ma avevo l'impressione che avesse bisogno di parlare, ne avevo conferma dalla serietà che metteva nei discorsi, a dispetto della sua ironia di sempre. Allora ho spezzato un po' fermandomi ad ascoltare le cicale! Che serenata, mentre le onde leggere, verdi smeraldo correvano a riva a infrangersi sugli scogli. Ho seguito con lo sguardo la corsa e quando hanno toccato terra sono ripartita con l'ascolto.  "Cos'è che hai capito rispetto a quando eri giovane?" gli ho chiesto.
"Non si tratta di capire, ma di sentire,  la vita la capisci quando ti passa addosso, ti stravolge, e ti lascia diverso da come ti ha trovato. L'amore non è quello dei vent'anni. No! Quello è sesso e basta. E passano anni per capire la differenza tra sesso e amore. Avviene quando l'amore lo conosci profondamente e sai che non può escludere il sesso, laddove prima erano due cose separate. Questo è il tempo della lentezza..." "Si, Milan Kundera!" "Cosa? Cosa dici?" mi chiede mio padre non conoscendo l'autore della Repubblica ceca. "Parlo di un autore che afferma quello che stai dicendo, gli rispondo. "Allora deve essere uno buono! Il tempo della lentezza ti fa assaporare le cose, te le fa ricordare bene, ti dà luce e riflette l'amore vero, quel poco amore che hai dato e quello che ti hanno dato" "Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse!" "Eh????" "E' un proverbio! Hai ragione, stai facendo un discorso filosofico niente male!" " Ma sì, oggi me lo chiamate amore? Accendi il computer e ci trovi tutto, sesso a volontà! Questi ragazzi che sanno tutto prima di scoprire le cose, la teoria prima della pratica. Una volta il sesso lo scopriva un po' per volta, come  quando nascono i bambini.Oggi a tredici anni portano a letto le ragazzine. Cos'è amore quello? Adesso può esserci amore, adesso che so come va la vita, come va vissuta, come va presa e cosa devo farne del tempo!" La sua è stata un'amara constatazione e per smussare quella vena malinconica ho riascoltato le cicale.
"Pa', ma senti come non la smettono le cicale?" "Certo", mi ha risposto, "tanto ci pensano le formiche a fare le provviste. Vedi l'amore è proprio così. La cicala è sesso, la formica è amore! L'una canta sola, l'altra lavora, infaticabile, senza sosta, non riposa, ma in inverno avrà tutto quello di cui ha bisogno. Da giovani si fa solo sesso, i giovani son tutti cicale, le persone adulte e mature sono formiche!" !Allora a quest'età vuoi dire che il sesso non serve? La formica mangia solo, vuole solo bene? Non le serve altro?" "No, gliene serve di più, di sesso quanto di amore. Che amore sarebbe senza vivere la carne e che sesso sarebbe senza amare profondamente? E' la forza di due l'amore, non è mai uno, sempre due!". "E allora come la mettiamo a questo punto?" Chiedo a mio padre ormai dopo un discorso che nemmeno all'esame di maturità ti fanno fare. "Che la vita è come dice il proverbio, che se tornassi indietro mi dedicherei alla donna, quella che amavo, le darei più attenzione, mi preoccuperei per lei di tutto quello di cui l'uomo non si preoccupa, dai pensieri al sesso, dal manifestarle il mio bene, a non pensare a me stesso per lei!" "Dici così per il fatto che adesso rifletti molto, hai tempo per pensare, cosa che prima non facevi!" "Anche questo è sbagliato! Diamo tempo all'azione e poco al pensiero. Meditare, riflettere, sono importanti quanto amare!" Senza farmene accorgere, mentre completava il discorso, mi sono buttata in acqua, non resistendo al sole e alla troppa concentrazione! "Papà oggi sei proprio un filosofo...ma gli uomini son tutti uguali, chi vuoi che si interessi di amore, tutti solo sesso, ho gridato dall'acqua!" "E allora non si chiamano uomini, sono solo marionette, devono ancora trasformarsi...un po' la storia di Pinocchio. Per diventare uomo pensa un po' quante disavventure da burattino!" " Papà, oggi ti sei superato, non pensavo di avere un papà ricco di amore e diverso da tutti gli uomini, che sa amare le donne! Se mamma fosse qui, ma credo ti sentirà anche da lassù, sarebbe fiero di te!" "Ma io sono stato burattino con lei, non ero ancora uomo, per il poco tempo che siamo stati, vorrei poter aver tanto tempo ora, per come sono migliore, e per come amo anche se lei non c'è! E dopo queste parole, me ne resto nell'acqua a riflettere su un discorso bellissimo, che stento a credere sia fatto da lui, uomo del sud, maschilista per antonomasia, che metterebbe il burka a tutte le donne, che mi parla di amore e di sesso sotto una luce nuova, proprio ora che cominciavo a credere che le cose stessero irrimediabilmente così lontane tra uomini e donne.
Meno male che ci sono le cicale che mi cantano questa lunga canzone che mi permette di non sentire niente  e assaporare un pomeriggio d'estate a mare, con mio padre a discutere d'amore. Se non l'avessi scritta questa cosa, sarebbe rimasta nel vuoto. Benedetta scrittura che ci permette di raccontare delle cicale...e dell'amore!


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Incontrarsi d'estate

L'estate ha un fascino maggiore rispetto alle altre stagioni, per il fatto di uscire spesso e stare di più all'aria aperta, per cui si fanno incontri di ogni tipo. Il caldo, la compagnia, il relax, sono buoni motivi per fare incontrare le persone, ma non tutti gli incontri sono piacevoli. Ci si incontra in spiaggia, al bar, in villa, in un luogo fuori zona. Spesso il luogo per ritrovarsi è la spiaggia, dove, magari vediamo la persona che proprio non ci è simpatica, che ci avvicina anche facendo finta, sulle prime, di non conoscerci.

Poi, più per vanità di farsi notare da noi che reale interesse nei nostri confronti, ci viene incontro salutandoci con un fare che poteva pure risparmiarselo. E tu lì a far finta di niente, tutt'al più manifesti la tua ritrosia e il non essere espansiva, ma lei ti sciorina fatti e misfatti che manco ti interessano e ti invita e vuole sapere tutto di te. Educata chiede della settima generazione se non fosse nel finale, ci tiene a dirti cosa ha comprato, chi è il genero, dove va ad abitare la figlia, e poi che sono fortunata e via così. Sono questi veri e propri attacchi non richiesti che tempestano le nostre giornate di relax e che magari ti fanno rimuginare tutta la giornata e poi a sera capisci che dovevi farle qualche domanda che non hai fatto, per esempio come mai era sola con una grande famiglia che si trova, o tante altre cose. Superata l'invadenza, ecco che nei giorni successivi vieni a contatto con l'amica che non vedevi dalla tua adolescenza con tanto di amarcord al seguito che ti escono anche le lacrime per tutto quello che ti fa ricordare e abbiamo modo di raccontarci la vita dalla scuola, alla laurea, alla famiglia, la casa, i genitori, sembra un David Copperfield interminabile che alla fine bisogna aggiornarsi il giorno dopo per il seguito. E spunta fuori il pensiero che non ti ha mai detto, l'ammirazione, l'emulazione che lei fa di te, e anch'io a raccontarle le cose che ho imparato da lei, le vicissitudini avute insieme, le chiacchiere e le confidenze. Poi, dopo aver svuotato il tuo cuore e lei il suo, ti rendi conto che ora abita a Nizza e non la vedrai facilmente, che passiamo a darci i rispettivi recapiti, ma sai che la lontananza un po' prende la frequenza con cui potersi vedere e in te stessa hai già capito che forse ti vedrai tra dieci anni o chissà. Ma tutti a dire che bello vedersi dopo tanto tempo, che affetto quella amica per te, in quale considerazione ti ha. Si, ma quante volte  ci siamo viste? Cosa mai ci siamo dette? Due giorni pieni e poi non ti vedi più. Certi incontri dell'estate sono quasi pericolosi, aprono ferite o lasciano segni, così anche le nuove conoscenze, quelle dell'ombrellone accanto, che magari incontri in albergo, ad una crociera, in piscina, in montagna. All'inizio è sempre un fatto entusiastico, poi restiamo di nuovo soli e non ci piace e poi chissà quando ci si vede. Sarà per questo che molti si comportano come perfetti sconosciuti, non danno confidenza, ti guardano come un'aliena e non per questione di educazione. Non si vogliono complicazioni, conoscersi per poi abbandonarsi. Mia madre aveva una sua concezione sulle conoscenze che era questa: di non lasciarsi andare ai ricordi, di non pendere dagli altri, di farti sempre una tua opinione e di essere una buona osservatrice dei costumi e del carattere delle persone. Quando andavamo in spiaggia, si dava confidenza solo a persone che avremmo rivisto, con le altre si era educati ma molto distaccati. Una volta ho fatto conoscenza con una signora di Napoli, amica di ombrellone, passando un'estate insieme in spiaggia con i nostri bambini. Ero convinta che ci saremmo riviste oltre al mare e così parlavamo di tutto, dei bambini, della casa, della scuola. A fine estate le regalai un centrino fatto da me tutto quel tempo passato insieme. Lei mi confidò che stava per trasferirsi all'estero con il marito ed era molto triste. Il giorno dopo sarebbe stato l'ultimo, ma non andai in spiaggia, non volevo fosse un addio. Eravamo state amiche per tre mesi. La mattina mi aspettava per aiutarmi con i bambini e dopo aver fatto loro il bagno, asciugati, andavano al parco giochi con gli altri, così avevamo un'oretta di chiacchiere e confidenze. A volte sappiamo raccontarci proprio alle persone che non conosciamo bene proprio per sapere che si tratta di una conoscenza a tempo. Di lei mi è rimasto la pagina di giornale da cui presi il modello del centrino. Questo è un ricordo prezioso per me, ricordo gli stati d'animo, le cose dette e i pomeriggi in acqua insieme ai bambini. Lei ne aveva uno, io due bambini allora, e lei mi aspettava col caffè, mi prendeva l'acqua fresca quando facevo l'uncinetto, diceva che le ricordavo la sua mamma. Qualche volta facemmo anche aerobica insieme divertendoci. Di sabato e domenica le due famiglie erano al completo e ci permettevamo anche qualche gioco a carte. Sono sicura che anche lei si ricorda di me.
Chi di noi non ha una persona da ricordare durante un'estate? Accade però, raramente, di incontrare persone che non si allontanano da noi e in questo caso è possibile intrecciare un'amicizia duratura o almeno una conoscenza che ci arricchisce. C'è poi l'amore di un'estate, di gran lunga il più pericoloso. Ci si conosce in modo approssimativo cercando solo complicità per il divertimento e il passatempo. Anche in questo caso è raro incontrare la persona giusta, molto spesso si fanno esperienze negative e invece di essere la stagione degli incontri, può diventare la stagione delle delusioni.


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Diario di bordo

Stamattina sono stata in barca con papà per  il primo bagno  della stagione. Ci siamo avviati verso la costa in direzione Punta Campanella. Appena seduta in barca mi sono guardata intorno uscendo dal porto. Mi piace lo scenario che lasciamo alle nostre spalle, lo conosco a memoria, ma ogni volta lo guardo con occhi nuovi. A destra una famigliola di anitre che scivolava sull'acqua tra le barche, senza timore di essere investita, a destra yacht e barche più grandi, sugli scogli qualche pescatore. Man mano che si procedeva, il vento riusciva a bloccare il caldo afoso che non ci lasciava respirare. Papà seduto al centro, al timone, da vero comandante, stava di spalle, mentre io, dietro di lui, ne osservavo la sagoma che conosco così bene, controllavo le spalle con leggera e impercettibile differenza. Non sono gli occhi che  guardano, talvolta è l'anima che fa essa stessa occhio e mi parla del tempo che passa. Forse, ogni volta che esco con lui, in tanto silenzio che sa di pensieri affettuosi, di prendere quello che ci viene dato, lo vivo come un privilegio. Quante volte siamo usciti per andare a fare il bagno insieme, ormai un rituale, eppure ogni volta è come se fosse la prima volta, con emozioni nuove, con sensazioni diverse, con pensieri cambiati. Stamattina erano pensieri sereni, filiali, di chi guarda il padre e pensa di voler bloccare quel momento. Guardavo mio padre ed ero contenta di stare lì con lui, anche se parliamo poco, anche se da uno sguardo comprendiamo tutto, anche se crescendo cambiano i modi di scambiarsi l'affetto. Oggi osservavo il suo fisico asciutto come se avessi voluto scrutare ogni segno del tempo che passa e la stanchezza dei suoi occhi. Leggevo la rassegnazione di chi non si aspetta niente e vive di momenti, di chi non chiede ma da uno sguardo ti dice tante cose. Abbiamo parlato dei suoi dolori alla schiena, del suo braccio con cui è caduto e non ne ha voluto sapere di operarlo, per cui da quella parte non riesce a essere autonomo. Si lamenta del dolore che alle due di notte lo sveglia puntuale e non lo fa dormire, un dolore dovuto alle posizioni assunte nei lavori della vigna e dell'orto. I nostri silenzi, a tratti, si colmano di risposte e che non diciamo apertamente. Ma la bellezza di mio padre, a parte i suoi occhi brillanti, è il suo sorriso, sempre gioviale, allegro, pronto ad essere un valido compagno. Dopo aver fatto il bagno, in una cala dopo Sorrento, ci siamo seduti l'uno davanti all'altra sul tavolino consumando un panino, zucchine e albicocche. Ci siamo divertiti, abbiamo riso tanto. Mio padre mi spiega delle cose che, se volessi apprenderle da sola, non saprei dove andare a cercarle. Per esempio come funziona il motore della barca, o per quale motivo le patate con la buccia viola sono le migliori, ma il colmo è stato quando mi ha raccontato una battuta di caccia di un'aquila a Punta Campanella, lì si è superato. Ha descritto il volo del rapace per raggiungere il nido di un piccolo gabbiano ma, nel momento in cui lo ha afferrato tra le zampe e  si è dato alla fuga, sono accorsi i gabbiani, non si sa se genitori o parenti ( e qui giù a ridere) che volevano riacciuffare la preda. Lei, regina incontrastata, continuando a volare lo ha  buttato giù voracemente. Tutta la scena vista dalla barca puntando lo sguardo verso la montagna. Come racconta mio padre una storia, non sa farlo nessuno. Poi ci siamo stesi a prendere il sole ed io mi lamentavo di non poter scrivere per aver dimenticato le penne. E lui a prendermi in giro dicendomi che  non riesco a stare senza far niente, nemmeno in barca. Poi al ritorno abbiamo scattato tante foto, in tante pose, con tanti panorami. E poi di nuovo il silenzio tra noi fino al porto.
Arrivati all'attracco, noto che  il sole è ancora caldo, la mia pelle arsa e le spalle bruciate. Finalmente al nostro posto, dopo la manovra, ci siamo soffermati ancora a guardare il sole e ho pensato di aver trascorso una bella giornata, fatta di bei pensieri, di sorrisi, di chiacchiere e di mio padre.

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